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Effetto crisi sul calcolo dell’assegno

Per conseguire un assegno previdenziale più consistente un lavoratore può ritardare l’età del pensionamento, può trarre beneficio da un incremento dello stipendio o del reddito e conseguentemente dei contributi versati, può in alcuni casi effettuare versamenti aggiuntivi e può ricorrere al secondo pilastro.
Ma c’è una variabile a lui esterna su cui non può intervenire e che, da sola, incide in modo consistente sull’importo della pensione e, più in generale, sulla tenuta dell’intero sistema: la variazione annua del prodotto interno lordo a cui è collegata la rivalutazione dei contributi versati. Con il sistema contributivo, infatti, il montante individuale alla fine di ogni anno viene rivalutato su base composta a un tasso di capitalizzazione pari alla variazione media quinquennale del Pil nominale calcolata dall’Istat.
Ne consegue che, tenendo immutate le altre variabili, se il Pil cresce poco o per nulla, dopo 20-30 anni gli importi accantonati varranno di meno di quanto accadrebbe con un’economia in fase espansiva. Dal punto di vista pratico, il tasso di sostituzione (cioè quanto varrà il primo assegno pensionistico rispetto all’ultima retribuzione) si ridurrà.
I fattori in gioco
I lavoratori dipendenti che andranno in pensione dopo il 2020 dovranno innanzitutto fare i conti con gli effetti delle ultime riforme previdenziali, che hanno alzato i requisiti e introdotto la revisione triennale e poi biennale dei coefficienti di trasformazione. Come calcolato dalla Ragioneria generale dello Stato (si veda il Sole 24 Ore del 7 luglio) dal 2020 in poi il tasso di sostituzione netto passerà dall’84 al 77 per cento. Dopo il 2035 si scenderà al 71% quale effetto principalmente del passaggio dal pensionamento di vecchiaia del regime misto a quello anticipato del regime contributivo. Per gli autonomi, invece, il salto avverrà prima, dato che dal 94% di inizio decennio si arriverà al 74% del 2020. Dagli esempi riportati a inizio pagina si vede che per garantirsi una pensione pari almeno al 70% dell’ultima retribuzione in molti casi si dovranno accumulare più di 40 anni di contributi e avvicinarsi alla soglia dei 70 anni di età.
Tra i fattori da considerare c’è pure l’andamento della retribuzione, anche se questa risulta decisamente più determinante con il sistema retributivo che collega direttamente l’assegno allo stipendio degli ultimi anni, per cui un’accelerazione di carriere nel finale garantiva effetti positivi. Rispetto a quest’ultimo il sistema contributivo “avvantaggia” le carriere piatte e discontinue perché prende in considerazione tutto quanto è stato versato.
Comunque i più giovani, assoggettati interamente al sistema contributivo, dovranno contare sui contributi versati nel corso della carriera lavorativa, sperando che sia il più possibile continuativa, in modo da non perdere anni e ritrovarsi a 70 anni con un montante ridotto. Ma, appunto, dovranno fare i conti anche con gli effetti dell’andamento dell’economia e del Pil. Le simulazioni effettuate da Aon Hewitt Consulting mettono bene in evidenza gli effetti di questa variabile.
Gli effetti
Un quarantaduenne di oggi, che ha iniziato a versare i contributi a 25 anni, se andrà in pensione a 68 anni potrà contare su un’assegno pari al 65,6% dell’ultima retribuzione (30mila euro lordi). Questo se la variazione del Pil medio durante la sua vita lavorativa sarà stata dell’1 per cento. Con una variazione del 2%, invece, potrà contare sull’80,5%, un valore vicino a quello garantito dal sistema retributivo.
Ma se il Pil dovesse rimanere invariato, il tasso di sostituzione scenderebbe al 54,2 per cento. In media si può dire che per un punto percentuale di Pil il tasso di sostituzione oscilla di 10 punti percentuali, con picchi però che possono arrivare al 20% per i redditi più bassi e se si ritarda il pensionamento o scendere al 6-7 per le retribuzioni più elevate. Si tratta di oscillazioni sensibili, che una persona potrà contrastare, una volta giunto in prossimità della pensione, ritardando la data in cui cesserà di lavorare. Ritirandosi a 70 anni invece che a 68 (difficile immaginare di andare oltre), potrà infatti contare su un tasso di sostituzione del 74,2% invece che del 65,6% (a fronte di una variazione media del Pil dell’1 per cento).
Il punto è che molte elaborazioni, tra cui quella della Ragioneria dello Stato, ipotizzano proprio un tasso di variazione medio del Pil all’1,5% nel lungo periodo (fino al 2060). A fonte dell’andamento dell’economia italiana negli ultimi anni queste ipotesi rischiano di essere ottimistiche. Non va dimenticato, infatti, che per esempio nel 2013 la variazione del Pil è stata pari a -1,9 per cento. Se il quadro di difficoltà dovesse protrarsi a lungo a pagarne le conseguenze saranno ovviamente le generazioni più giovani perché per chi è prossimo alla pensione (si vedano le tabelle accanto) un’economia stagnante negli ultimi anni di lavoro incide poco sul tasso di sostituzione.

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