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Effetto Brexit sulle Borse: crollano le banche in Europa, saltano altri tre fondi immobiliari, Sterlina ai minimi da 31 anni

Scatta di nuovo la corsa ai beni rifugio, volano oro e yen I bond a tassi negativi valgono 10mila miliardi di dollari
«Non è come nel 2008, ma questa crisi inizia a somigliargli in modo pericoloso». La granitica convinzione con la quale analisti, economisti e operatori finanziari hanno fin da subito allontanato la tempesta scatenata dalla Brexit dallo spettro di una riedizione della crisi scatenata dai mutui subprime e culminata con il fallimento di Lehman Brothers tende evidentemente a vacillare in giornate come quelle di ieri, quando le vendite tornano a colpire in modo massiccio l’azionario europeo e scatta la caccia ai «beni rifugio» rimasti.
Di sicuro ad alimentare le visioni più negative è il pericolo di un effetto domino che possa partire dall’immobiliare britannico: ieri Henderson, Columbia Threadneedle e Canada Life si sono aggiunti a Standard Life, Aviva e M&G che nei giorni precedenti avevano congelato i rimborsi su fondi che investono nel settore. Anche per questo motivo ieri il comparto Real Estate (-2,2% l’EuroStoxx di settore) e quello assicurativo (-3,2%, penalizzato dal fatto che fra le società che hanno bloccato i fondi figurano anche tre compagnie) hanno conteso agli ormai «tradizionali» bancari (-2,6%) la poco ambita palma di peggiori del mercato in Europa.
Ai pessimisti si può però anche far notare come in fondo il contagio (sempre se di contagio si possa parlare) appare ancora piuttosto circoscritto: non per niente le perdite più o meno importanti sofferte dai listini del Vecchio Continente (Milano ha ceduto il 2,26%, Parigi l’1,88%, Madrid l’1,75%, Francoforte l’1,67% e Londra l’1,25%) non sembrano aver avuto eco al di là dell’Oceano Atlantico, dove Wall Street ha anzi chiuso in marginale rialzo (+0,44%), nonostante una banca d’affari del calibro di Goldman Sachs si sia spinta a pronosticare un calo fino al 10% per l’indice S&P 500 nei prossimi mesi (e per la verità anche un ritorno sui livelli attuali a fine anno).
Negli Stati Uniti l’attenzione appare in effetti catturata più dai segnali inviati dall’economia (contrastanti, se si guarda agli indici Ism e Pmi del settore servizi in giugno diffusi ieri) e dalle indicazioni contenute nei verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve, peraltro precedente la Brexit (anche queste nel segno dell’incertezza, dato che i membri del comitato esecutivo della Banca centrale americana si dividono sui tassi e preferiscono attendere ulteriori dati prima di decidere).
L’attesa, sotto questo aspetto, è destinata a perdurare almeno fino a venerdì, quando sugli operatori pioveranno i sempre molto attesi dati sul mercato del lavoro Usa. Intanto però, tornando strettamente ai mercati, c’è chi fa notare come il rendimento del bond trentennale statunitense sia ormai sceso al 2,20% e abbia quindi raggiunto il rendimento cedolare (dividend yield) a 12 mesi dei titoli che compongono l’indice S&P 500. L’ultima volta che si era verificato un incrocio del genere correva appunto l’anno 2008 e la circostanza allora si era rivelata un forte segnale di acquisto sull’azionario (e momentaneamente di vendita sulle obbligazioni).
Oggi invece la situazione è molto più incerta, ma di sicuro è evidente l’insaziabile appetito degli investitori per i titoli di Stato dei paesi ritenuti più al sicuro (e non solo). Secondo i calcoli di Bloomberg, dopo l’ingresso del ventennale giapponese e del titolo a 9 anni francese il valore del club dei bond che hanno rendimenti negativi sfiora ormai quasi i 10mila miliardi di dollari (erano 8.350 miliardi prima della Brexit): una conseguenza della fuga dal rischio, ma anche delle attese per ulteriori mosse espansive delle banche centrali. In un contesto simile, il tasso del decennale italiano si è mantenuto all’1,24%, lasciando a quota 141 lo spread con la Germania (il cui titolo è a -0,17%).
Rimanendo sul tema dei «beni rifugio», ieri si è confermata la corsa all’oro – con il metallo giallo che ha raggiunto a quota 1.363 dollari l’oncia i massimi degli ultimi due anni e mezzo – e anche quella allo yen, che viaggia ormai sui livelli di quasi due anni fa nei confronti del dollaro e al top da fine 2012 rispetto all’euro. È rimasto invece tutto sommato tranquillo il cambio euro/dollaro (attorno 1,11), mentre il biglietto verde ha continuato da parte sua a schiacciare lo yuan ai minimi da oltre 5 anni e mezzo: è forse preoccupante notare come la scorsa estate e a inizio di questo anno fosse stata sufficiente una svalutazione della moneta cinese di portata inferiore per innescare vendite a catena in tutto il globo.
Dove la tensione resta invece a livelli di allarme o quasi è sull’intero settore finanziario europeo. L’epicentro del sisma resta purtroppo in Italia, dove a parte l’eccezione Monte Paschi (che ieri ha perlomeno provato un rimbalzo del 6% in attesa di un ipotetico salvataggio), Bper ha perso il 7,1%, Banco Popolare il 6,1% e Unicredit il 3,3 per cento. Il resto d’Europa però non ride di certo e la discesa di Deutsche Bank (-5,6%) e Credit Suisse (-1,7%, per la prima volta sotto i 10 franchi) mette seriamente a rischio la permanenza dei due ex-colossi nell’indice Stoxx 50: scenari impensabili prima della Brexit anche questi.

Maximilian Cellino

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