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Effetto Brexit sulle Borse Amsterdam sorpassa Londra

«Il London Stock Exchange è stato fondato nel 1773. La Amsterdam Beurs nel 1602. La storia si ripete», commenta lo storico inglese Simon Schama. Perché ora il Financial Times ha scoperto che nel mese di gennaio 2021, il primo dopo la concretizzazione della Brexit, la borsa di Amsterdam ha trattato 9,2 miliardi di euro in azioni al giorno, il quadruplo rispetto a dicembre 2020. La capitale olandese è diventata il massimo hub azionario europeo, superando la City, sinora dominatrice assoluta, il cui scambio di azioni è crollato di oltre il 50%: dai 17,5 miliardi quotidiani del 2020 a miseri 8,6 miliardi.
Non solo: Amsterdam ha guadagnato terreno anche nel mercato dei derivati e secondo IHSMarkit negli “swap” in euro la fetta di Londra si è ristretta dal 40% al 10% a gennaio, avvantaggiando gli americani (20%) e la stessa capitale olandese.
Proprio Amsterdam. Dove la prima borsa moderna venne fondata quattro secoli fa dall’esperienza delle Repubbliche marinare italiane. «Ad Amsterdam è pieno di speculatori, non c’è angolo della città dove non si parli di azioni», scriverà Joseph de la Vega nel suo celebre “Confusion of Confusions” (1688). La svolta il 20 marzo 1602: la prima “Ipo” della storia moderna, come racconta l’economista Lodewijk Petram nell’affascinante “The World’s First Stock Exchange”. La Compagnia olandese delle Indie Orientali e il fondatore Dirck van Os annunciano l’offerta pubblica iniziale: «Tutti i residenti in queste terre potranno comprare quote della Compagnia», a caccia di sostegno per i crescenti rischi delle spedizioni in Asia. Tutti possono investire: senza alcuna distinzione, senza limiti. Altra rivoluzione: la finanza e le “società per azioni” diventano pubbliche. Ma il denaro investito è bloccato per dieci anni. Troppi. Quindi i dirigenti della Compagnia precisano: le azioni comprate possono essere cedute o vendute a terzi. Ennesima svolta. Alla fine, arrivano 1.143 investitori, tra cui due donne. La notte del 31 agosto il notaio Jan Fransz Bruyningh va a casa di Van Os e timbra. Cambia il capitalismo, ad Amsterdam.
Quattro secoli dopo, il sorpasso sulla City. E ora? Gli animi a Londra sono tesi. Già lunedì sera il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, tuonava: «Forse i nostri amici europei vogliono tagliarci fuori. Sarebbe un errore. Non accetteremo diktat dalla Ue. Le loro richieste sono improponibili ». Bailey si riferisce al veto di Bruxelles sull’equivalenza finanziaria per far operare le compagnie finanziarie britanniche in Ue e con clienti Ue, ancora non concessa nonostante l’accordo di libero di scambio tra i due blocchi firmato lo scorso dicembre. L’Europa tira la corda perché sa che i servizi finanziari sono il cuore dell’economia britannica (7% del Pil e 150 miliardi di “fatturato” annuale della City) e per ben il 40% sono venduti in Ue. Ma c’è anche l’obiettivo di plasmare una colossale piazza finanziaria che dissangui la City, concentrando le risorse oggi disperse tra Francoforte, Parigi, Milano e proprio Amsterdam. Inoltre, a Bruxelles temono che Londra nel prossi mo futuro inneschi una devastante deregulation. Un’irritata Downing Street attacca: «Abbiamo sottoposto da molto tempo tutta la documentazione necessaria all’Ue per ottenere l’equivalenza finanziaria, ma non ci è stata concessa, nonostante il nostro sistema di regole chiaro e rigoroso. Perciò un certo numero di azioni, in passato scambiate a Londra, ora si sono spostate in altre piazze finanziarie europee. Continueremo a negoziare con l’Ue». Sono le “proxy war” tra Ue e Uk, altra conseguenza della Brexit, come la recente battaglia sui vaccini. Perché nessuno può darla vinta all’altro, per non fomentare i propri nemici. Certo gli infausti segnali per il Regno Unito c’erano già stati nelle settimane scorse. A inizio gennaio 6,5 miliardi di affari erano scappati da Londra verso l’Ue, come il mercato di equity di Santander, Deutsche Bank e Total. Ma secondo William Wright, fondatore del think tank “New Financial”, il sorpasso di Amsterdam non è una catastrofe per Londra: «I trader e gli hedge fund sono rimasti qui nella City», dalla Brexit “solo” 7 mila posti di lavoro si sono trasferiti in Ue nonostante le stime di 50 mila, «e inoltre i volumi complessivi di servizi finanziari di Londra restano di 75 volte superiori ad Amsterdam e cinque volte dell’intera Ue». Vero. Ma la paura per Londra è che questa sia la punta di un lento piano inclinato.
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