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Effetto Brexit: in allarme 43mila aziende italiane

I camioncini decorati con immagini di frutta e verdura, e la scritta Ocado sono diventati una parte del paesaggio a Londra: sono ovunque, a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana. Consegnano la spesa fatta online: d’altronde se la gente, chiusa in casa per la quarantena, non esce a fare la spesa, è la spesa che va a casa della gente. Ocado è il più grande on-line grocery di Londra. In quei camioncini in perenne circolazione c’è tanta Italia: 170 aziende alimentari tricolori sono presenti nel supermercato digitale di Ocado. Ora tutto il mondo dell’alimentare italiano è in trepidante attesa di capire che cosa succederà dopo il 31 dicembre, ultimo giorno della Gran Bretagna dentro l’Unione Europea. Non è la sola industria che sta col fiato sospeso: sotto la spada di Damocle della Brexit ci sono 43mila aziende italiane. È il numero delle imprese del Made in Italy che esportano verso la Gran Bretagna: l’alimentare la fa da padrone come numero, ma come peso specifico è la manifattura, con i beni strumentali, il settore che fa più affari con gli inglesi. L’anno scorso l’interscambio tra Italia e UK è stato di 25 miliardi di euro: il saldo, in attivo per 14 miliardi, da solo vale il 25% dell’intera bilancia commerciale del paese.

Una grossa fetta di economia italiana, dunque, dipende dalla Gran Bretagna. E oggi si trova appesa all’incertezza dei negoziati della Brexit, con ancora l’incognita di un possibile accordo o del baratro di una uscita al buio del Regno Unito. In ogni caso, dal 1 Gennaio 2021, le cose cambieranno per gli italiani che vendono i loro prodotti Oltremanica. Per aiutarli, l’Ambasciata Italiana a Londra e l’ICE, presieduta da Carlo Maria Ferro, hanno lanciato una campagna di video-tutorial dedicati a singoli aspetti tematici, dalla dogana ai documenti contabili che saranno necessari.

Ieri, poi, un convegno allargato anche alla Camera di Commercio Italo-Britannica, presieduta da Alessandro Belluzzo, ha visto la partecipazione di 900 aziende collegate da remoto. L’ambasciatore Raffaele Trombetta ha ricordato come la Gran Bretagna, seppur ormai divorziata dalla Ue, rimanga per l’Italia il quinto mercato per l’Export. Un legame forte che impone «il dovere e l’interesse di consolidare questi scambi». Per mantenere un canale commerciale vitale per il Made in Italy, occorre però che le aziende siano preparate al terremoto di Capodanno.

Difficile a oggi, nonostante manchi ormai meno di un mese alla scadenza, stabilire quante di quelle 43mila aziende si siano attrezzate. L’estenuante negoziato, ancora lontano da un accordo che viene dato ogni giorno per imminente, non aiuta: l’auspicio di Ferro è che «alla fine si arrivi a un accordo, con nuove regole e misure, ma che non penalizzi lo scambio tra i due paesi».

Intanto i numeri del 2020 sono negativi: per la prima volta da anni i volumi non sono cresciuti. Nei primi nove mesi l’interscambio è crollato del 19%: l’export si è fermato a 12 miliardi; l’import di beni dal Regno Unito a 6 miliardi.

«Non sapremo mai se è per effetto della pandemia o della Brexit» ha osservato Ferdinando Pastore, il responsabile del desk di Londra dell’ICE. E la cosa non dispiace ai Brexiter duri e puri perché così si può camuffare l’eventuale batosta della Brexit dando la colpa al virus. Tuttavia pare evidente che il calo, almeno per ora, sia da imputare al Covid più che alla Brexit che finora non ha impattato molto la vita quotidiana. Ma da Capodanno l’addio alla Ue rischia di essere un ostacolo in più per l’export italiano.

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