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Effetto Bce, salgono euro e tassi

I tassi di interesse ai minimi storici ed il piano di acquisti di titoli di Stato(Qe) sono misure eccezionali che la Bce ha messo in atto allo scopo di scongiurare il rischio di una deflazione (prezzi in calo) nell’area euro. Questa minaccia tuttavia pare sparita dai radar a giudicare dall’andamento dell’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona che si è riportato al 2 per cento. Livello considerato ottimale secondo lo statuto dell’Eurotower. Normale quindi che ieri i mercati attendessero di sapere se ciò avrebbe comportato la riduzione del Qe e, in prospettiva, un rialzo dei tassi di interesse.
A questi interrogativi Draghi ha risposto ribadendo che l’inflazione, risalita soprattutto sulla spinta di componenti volatili come il prezzo dei carburanti o degli alimentari e non da variabili più strutturali come ad esempio i salari, al momento non giustifica un cambio di rotta nella politica monetaria. Più che queste considerazioni, che Draghi aveva già fatto in precedenti occasioni, è stata la retorica usata in conferenza stampa a muovere i mercati. L’ex numero uno di Bankitalia ha detto che non c’è da aspettarsi un’ulteriore riduzione dei tassi (già su livelli storicamente bassi) e ha detto che la Bce non ha più alcun «senso di urgenza» nell’adottare nuovi stimoli. Si aggiunga il mancato rinnovo dei finanziamenti agevolati al settore bancario (Tltro) e la dichiarazione che «la deflazione è pressoché scomparsa» e si capirà perché gli investitori ieri si sono mossi come se l’era delle politiche ultraespansive fosse alle spalle. Si inquadra così il movimento dell’euro-dollaro che ha registrato una netta impennata da 1,055 dollari a 1,061. Così come le vendite sui titoli di Stato. Sia quelli dei Paesi più solidi come la Germania, che ha registrato una risalita del rendimento a 10 anni oltre lo 0,42% sui massimi da un mese e mezzo, sia quelli dei Paesi periferici come l’Italia che ha visto il rendimento del BTp a 10 anni oscillare, nel corso della seduta, da un minimo del 2,20 ad un massimo del 2,32 per cento. Il fatto che i tassi siano saliti pressoché ovunque spiega perché gli spread non si siano mossi più di tanto. Quello tra Italia e Germania ha chiuso gli scambi sui livelli del giorno prima: a 189 punti base.
Se i titoli di Stato hanno sofferto la scommessa del mercato su un svolta nella politica monetaria della Bce (seppur in un futuro ancora indefinito) c’è, al contrario, chi ha tratto beneficio da queste indicazioni: i titoli delle banche. In una giornata di lievi rialzi sul mercato azionario continentale il settore del credito ha spiccato registrando un rialzo dell’1,11 per cento. La ragione è chiara: la politica dei tassi zero ha ridotto i margini di intermediazione delle banche e la prospettiva di un aumento del costo del denaro potrebbe risollevare il conto economico del traballante settore creditizio.
Il tema della politica monetaria terrà banco anche oggi con l’attesa pubblicazione delle statistiche sul mercato del lavoro negli Stati Uniti. Dati che da sempre influenzano le scelte della Federal Reserve. La banca centrale Usa, a differenza della Bce, da tempo ha messo in atto un processo di normalizzazione della sua politica monetaria ed il mercato si aspetta che al direttivo di settimana prossima ci sarà un nuovo rialzo del costo del denaro. Stando alle quotazioni dei futures c’è una probabilità del 90% che questo avvenga. Diversi banchieri centrali nei giorni scorsi si sono espressi in questo senso facendo risalire le aspettative. I dati sull’occupazione previsti per oggi sono la conferma che tutti aspettano. Il mercato ha messo in conto un aumento dei nuovi occupati di 200mila unità a febbraio. Non sono tuttavia da escludere sorprese. L’altro ieri Adp ha pubblicato la consueta stima che indica la crescita di nuovi posti nel settore privato in 298mila unità a febbraio. Dato nettamente al di sopra delle attese visto che il consensus aveva messo in conto una crescita di 187mila unità.

Andrea Franceschi

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