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Effetto Bce, nessun timore sui BTp

Parola d’ordine: niente panico. Chi si aspettava una forte ondata di avversione al rischio da parte degli investitori all’indomani della netta affermazione del «no» al referendum greco si è dovuto in gran parte ricredere. Certo, le vendite sui titoli di Stato della «periferia» europea ci sono state, e anche gli acquisti sul Bund, consueti nelle situazioni in cui la tensione è elevata. Niente però in confronto a quanto avvenuto in occasioni simili nel passato, e neppure alla reazione mostrata dagli investitori lunedì scorso, quando la consultazione elettorale era stata indetta prendendo in contropiede il mercato.
Allora lo spread BTp-Bund, che ormai è la misura della tensione non soltanto per noi italiani, ma ormai un po’ per tutto il mondo finanziario, era arrivato a sfiorare i 200 punti base, per poi frenare parzialmente nel corso della giornata. Ieri niente di tutto questo: si è partiti con un differenziale sui decennali di Italia e Germania a 165 punti base e poi si è rimasti su quei livelli per chiudere a quota 162, cioè 16 in più di venerdì. In termini di rendimenti il BTp si è portato al 2,39% e il Bund ha semplicemente «limato» allo 0,77%. Unico dato di curiosità, più statistica che effettiva visto che si tratta di due economie differenti con valuta e banche centrali differenti, il tasso del decennale italiano è tornato sopra quello del Treasury statunitense (2,32%), proprio come lunedì scorso.
Se il temuto effetto «no» è stato tutto sommato limitato, almeno per il momento, lo si deve a una serie di concause. In primo luogo probabilmente alla convinzione che la Bce abbia in mano da una parte le armi per limitare il contagio di un’eventuale escalation della crisi greca, dall’altra la possibilità di limitare effettivamente l’impatto con gli acquisti che quotidianamente conduce in nome del programma di riacquisti (Pspp, public sector purchasing programme).
Ieri per la verità dalle sale operative non si è segnalata alcuna accelerazione di quello che popolarmente viene definito «quantitative easing»: le Banche centrali nazionali, che agiscono per conto per conto di Francoforte, si sarebbero limitate alle operazioni di sempre. Anche la scorsa settimana, del resto, secondo i dati pubblicati ieri dall’istituto centrale gli acquisti non si sarebbero distaccati particolarmente dalla media, anzi quelli di titoli di Stato erano leggermente diminuiti: 10,8 miliardi di euro contro gli 11,7 miliardi della settimana precedente (e una media vicina ai 12 miliardi dall’inizio del programma). Nel complesso a fine giugno nell’ambito del «qe» sono stati comprati titoli di Stato italiani per 31,6 miliardi, 8,2 miliardi dei quali a giugno.
Pochi però fra i grandi investitori osano andare contro la Bce, che a detta di alcuni osservatori potrebbe in caso di necessità decidere anche di rimodulare (se non proprio accelerare) i riacquisti che compie a suon di 60 miliardi di euro al mese. Se proprio si deve prendere posizione per affrontare la tanto temuta ipotesi «Grexit» non lo si fa sui mercati del reddito fisso, ormai ingessati, ma sulle azioni, e su quelle del settore finanziario in particolare come di mostra la deblacle di ieri di Piazza Affari di cui si parla nella pagina a fianco: lì la liquidità a disposizione non manca di certo.
C’è poi chi tira in ballo la decisione per certi versi strategica delle dimissioni del ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, proprio prima dell’apertura dei mercati. In queste gli investitori hanno probabilmente voluto vedere una mossa distensiva da parte di Atene, che avrebbe inteso sostituire il negoziatore più inviso al gruppo di Bruxelles quale segno di buona volontà per un accordo che resta comunque difficile da trovare in tempi stretti come non hanno mancato di sottolineare nel corso della giornata le diverse parti in gioco.
In sostanza quindi il mercato ha per il momento letto l’esito del referendum greco non come un’accelerazione verso l’uscita della Grecia dall’euro, ma come un passo indietro al punto di partenza: si riparte con le trattative, con tutte le loro difficoltà e con meno tempo a disposizione. E ha quindi mostrato appunto preoccupazione, non panico.
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