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Effetto-Bce in Borsa, giù le banche

Le banche centrali continuano a dettare la linea ai mercati. Sul fronte americano con nuove scommesse sulla riduzione degli stimoli monetari (tapering), dal Vecchio Continente con le dichiarazioni del consigliere Peter Praet a proposito una nuova normativa che imponga alle banche di accantonare capitale a fronte della loro esposizione in titoli di Stato. Le esternazioni del banchiere europeo, in un’intervista al Financial Times, hanno innescato vendite sui titoli di stato dei Paesi periferici e sui titoli delle banche. Pressione che si è allentata solo quando il presidente Mario Draghi ha corretto in parte la linea del collega. In un’audizione all’Europarlamento il presidente ha detto che l’Eurotower non imporrà unilateralmente una ponderazione per il rischio ai titoli di Stato presenti nei bilanci bancari facendo una distinzione tra questo tema e quello degli stress test che la banca centrale metterà in atto sui bilanci delle banche. E così lo spread tra Bund e BTp, che mercoledì aveva toccato i minimi dal 2011, nella prima parte della mattinata è risalito fino a 229 per chiudere la giornata a quota 226 punti base con il tasso sul decennale al 4,1 per cento. Poco distante il Bonos di uguale scadenza che ha archiviato la seduta al 4,09 per cento.
In Borsa è stata un’altra seduta con il segno meno. La terza consecutiva per Piazza Affari che ha perso lo 0,94% frenata dal settore bancario che evidentemente non ha beneficiato delle precisazioni di Mario Draghi. L’indice del credito ha perso l’1,33% frenata soprattutto da Bper (-3,45%) e Banco Popolare (-2,54%). Tutto il settore del credito in Europa ha comunque sofferto come dimostra il saldo negativo dell’indice settoriale Stoxx (-1,12%). Male anche gli altri principali listini del Vecchio Continente con Parigi che ha perso lo 0,43%, Madrid lo 0,93% e Francoforte lo 0,66 per cento.
Intanto oltreoceano i mercati che si preparano al meeting della prossima settimana della Federal Reserve. La domanda a cui cercare di rispondere è sempre la stessa: quando la banca centrale Usa si deciderà a ridurre gli stimoli monetari con cui ogni mese immette sul mercato 85 miliardi di dollari? L’ipotesi di tempi brevi è tornata a prendere piede in particolare dopo il compromesso raggiunto alla Camera tra democratici e repubblicani al Congresso sul bilancio federale Usa. Un accordo che scongiura la possibilità di un altro shutdown, la serrata degli uffici pubblici che c’è stata ad ottobre. Una buona notizia per l’economia americana che vede allontanarsi la spada di Damocle di un altro stallo politico. Meno per i mercati assuefatti alla liquidità dato che un miglioramento della congiuntura stringe i tempi per la riduzione del quantitative easing. Meno chiaro l’impatto sulla politica monetaria della possibile nomina di Stanley Fisher a vicepresidente della Fed. L’ex numero uno della Bank of Israel, con doppia nazionalità americana e israeliana, non ha un chiaro orientamento in senso espansivo (colomba) o restrittivo (falco). Segnali contrastanti infine sul fronte dei dati macroeconomici. Positivo il dato sui consumi, cresciuti a novembre dello 0,7%, oltre il +0,6% atteso dagli analisti. Deludente invece quello sull’occupazione: la settimana scorsa le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono salite a 368mila unità da 300mila della settimana precedente, ben oltre le 320mila stimate dagli analisti.
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