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Effetto austerità: BTp salvi, l’economia soffre

Sono passati 12 mesi. Esattamente un anno fa, con lo spread Italia–Germania che toccava il record di 575 punti base e i rendimenti dei BTp che volavano sopra il 7%, la speculazione finanziaria portava l’Italia sull’orlo del baratro. Vicina al default. Un anno dopo quel drammatico 9 novembre, che qualche giorno più tardi costrinse Silvio Berlusconi alle dimissioni spianando la strada al Governo Monti, possiamo dirlo: l’Italia si è salvata dal crack, ma si è condannata all’asfissia economica.
Lo spread è calato ai 364 punti base di ieri. I rendimenti dei BTp oggi sono tutti sotto o intorno il 5%. La Borsa di Milano ha recuperato il terreno perso in questo annus horribilis. Ma, per contro, la società civile è finita sott’acqua: la pressione fiscale è aumentata di quasi quattro punti percentuali, la disoccupazione è salita di due punti, le imprese annaspano. Tutti gli indicatori economici – Il Sole 24 Ore ne ha scelti 20 diversi – confermano la vox populi: il prezzo del salvataggio finanziario è stato salatissimo. E il “meglio” – direbbe Obama – probabilmente deve ancora arrivare.
Salvataggio sui mercati
È indubbio che senza una medicina amara l’Italia sarebbe andata incontro al disastro finanziario. Nessun Paese europeo, prima del 9 novembre scorso, era mai riuscito a salvarsi con le proprie gambe quando i rendimenti dei suoi titoli di Stato erano saliti stabilmente sopra la soglia del 7%: né Grecia, né Portogallo, né Irlanda ce l’avevano fatta. Il 7% per loro era stato il punto di non ritorno: il momento in cui era diventato necessario chiedere aiuti europei. Purtroppo, però, l’Europa non aveva un anno fa (e non ha tutt’ora) le risorse per salvare un Paese delle dimensioni dell’Italia. Il crack dell’Italia, insomma, avrebbe causato il crack dell’Europa. Per questo serviva una cura da cavallo, forte e immediata, per invertire la rotta dei mercati.
La cura è arrivata subito. Così – grazie all’immediata politica di austerità, alla maggiore credibilità del nuovo Governo e soprattutto agli interventi senza precedenti della Bce – piano piano la tensione finanziaria sull’Italia si è ridotta. È vero che lo spread Italia-Germania è più volte sceso e risalito. Ma due elementi dimostrano che, da quel 9 novembre 2011, la speculazione non ha più avuto l’Italia nel mirino.
Innanzitutto si è invertito il differenziale tra Italia e Spagna. Un anno fa i BTp decennali erano costretti ad offrire 1,67 punti percentuali in più di interessi rispetto ai titoli di Stato spagnoli per trovare acquirenti. Questo significa che allora era l’Italia a preoccupare i mercati, mentre la Spagna soffriva di riflesso. Oggi è il contrario: la Spagna preoccupa i mercati, mentre è l’Italia a soffrire solo di riflesso. Il secondo elemento che dimostra la minore tensione sull’Italia riguarda i tassi d’interesse: i rendimenti dei BTp non sono mai più tornati sui livelli del 9 novembre 2011.
Ieri, per esempio, sui mercati è stata una giornata tesa: la Borsa di Milano ha perso lo 0,64%, quella di Francoforte lo 0,39% e Wall Street lo 0,91%, mentre lo spread tra BTp e Bund si è allargato di 11 punti base a 364 punti. Eppure si tratta di normali fluttuazioni. Dovute al peggioramento economico, alla crisi greca, al «fiscal cliff» americano. Nessuno sul mercato guarda più l’Italia come la madre dei problemi: questo è forse il risultato più importante di un anno di austerità.
Famiglie sott’acqua
Ma il prezzo è stato salato. Il Pil italiano quest’anno subirà una contrazione – stima la Commissione Ue – del 2,3%. Per sistemare i bilanci pubblici, il Governo – calcola Confcommercio – ha dovuto aumentare la pressione fiscale dal 51,6% del Pil nel 2011 al 55% nel 2012. Questo ha ridotto il deficit dello Stato (dal 3,9% del Pil nel 2011 al 2,9%), ma non ha evitato un violento aumento del debito pubblico (ormai al 126% del Pil). Ma, soprattutto, ha avuto un effetto pesante sulla società civile.
Così, mentre lo spread calava, gli italiani si impoverivano: il disagio finanziario delle famiglie – calcolato dall’Istat – è quasi raddoppiato in un anno. La fiducia dei consumatori è scesa da 96,2 a 86,4 (partiva da 100 nel 2005). Le famiglie in grado di risparmiare – secondo il sondaggio Ipsos-Acri – sono scese dal 35% al 28% in 12 mesi.
In questo contesto è aumentato il numero di italiani non più in grado di pagare le rate di mutui e finanziamenti: peggiorando, di conseguenza, la già debole situazione delle banche. I crediti inesigibili sono aumentati nei loro bilanci a 115 miliardi di agosto 2012: montagna troppo grande rispetto ai 71 miliardi dell’agosto 2010. Questo, unito ad altri problemi delle banche, da un lato ha tagliato le gambe all’erogazione del credito a imprese e famiglie. Dall’altro ha tenuto troppo elevati i tassi d’interesse: mentre i BTp decennali scendevano dal 7,49% del novembre 2011 al 5% di ieri, i tassi d’interesse dei mutui decennali – calcola la Bce – salivano infatti dal 4,60% del novembre 2011 al 4,81% del settembre 2012.

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