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Edison, via al break-up di Edipower

di Cheo Condina

Il Governo italiano sblocca il riassetto di Edison. Dopo una cena informale, avvenuta settimana scorsa a Roma, ieri è intercorsa la telefonata risolutiva tra il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, e il numero uno di Edf, Henri Proglio, che ha sancito, come rivelato dall'agenzia Radiocor, il via libera all'operazione sullo schema di marzo. Quest'ultimo, bocciato la scorsa primavera dal ministro Giulio Tremonti in difesa dell'italianità, prevede lo spezzatino della ex genco Edipower e la scissione proporzionale di Transalpina di Energia (la holding italo-francese che controlla il 61% di Edison) con Edf destinata a salire sopra il 50% di Foro Buonaparte.

Ora scatta la volata finale per chiudere le trattative entro la scadenza dei patti fissata al 31 ottobre ma la sensazione, questa volta, è che l'accordo sia davvero a portata di mano. Certo, resta da definire lo snodo più critico del riassetto, quello dell'eventuale put a tre anni per la holding italiana Delmi, che a valle del riassetto resterebbe col 30% del capitale di Foro Buonaparte. Su questo punto, Romani ha lasciato autonomia negoziale a Edf e A2A, chiedendo ai francesi di assicurare alla cordata tricolore un'uscita onorevole (che sia in denaro, in asset o mista) e soprattutto accettabile in termini di minusvalenze potenziali per i Comuni di Milano e di Brescia, soci di maggioranza di A2A. Ma anche sulla cosiddetta way out chi segue da vicino la trattativa si dice ottimista sulla possibilità di mettere nero su bianco una soluzione condivisa in tempi rapidi.

In realtà i negoziati erano entrati in dirittura d'arrivo da almeno due settimane con contatti e incontri quotidiani tra A2A, assistita dall'advisor Mediobanca e rappresentata dal direttore generale Renato Ravanelli, e i francesi di Edf. Ora che c'è anche l'avallo politico (considerato necessario da Parigi) si potrà dare il colpo di reni finale. Sulla put tutte le opzioni restano aperte. Dalla semplice uscita a tre anni (con gli italiani che vorrebbero però una garanzia sulla valutazione a fair value di tutto il pacchetto del 30% di Edison) alla possibile uscita attraverso un conferimento degli asset rinnovabili di Edison (valutati fino a 800 milioni) e un conguaglio cash, fino all'ipotesi estrema, ma non certo peregrina, di un'uscita immediata per cassa. In tutti e tre gli scenari il tema più spinoso è tuttavia lo stesso: la valutazione di Foro Buonaparte, che oggi in Borsa vale 0,9 euro per azione ma sia italiani che francesi hanno in carico a 1,5 euro. A2A punta a ottenere 1,5 euro tra tre anni, Edf (facendosi forte di un report di Bnp Paribas che la valuta addirittura 0,56 euro) non offrirebbe più di 0,9 euro. Il numero giusto (del quale Consob terrà conto per stabilire il prezzo dell'Opa obbligatoria di Edf), come spesso accade, potrebbe essere nel mezzo. «Anche se proprio su questo fronte – sottolinea una fonte molto vicina agli azionisti di maggioranza di A2A – ci saremmo aspettati un sostegno più concreto da parte di Romani».

Sullo spezzatino di Edipower, la ex genco che ha come soci Edison (50%), A2A e Alpiq (20% a testa) e Iren (10%) e che detiene 7.600 MW di capacità installata, i giochi sembrano più definiti e rispetteranno grosso modo gli accordi di marzo. Foro Buonaparte rileverà le centrali a gas di Sermide e Chivasso, mentre Alpiq (socio al 20%) avrà un altro ciclo combinato (Turbigo o Piacenza) oltre a un minor carico di debito. Qualche incertezza resta sulle sorti dei tre nuclei idroelettrici. Inizialmente ad A2A erano destinati i due più grossi (Udine e Valchiavenna) e a Edison il più piccolo (Tusciano), ma le forti critiche di Iren (che controlla il 10% di Edipower) e le ambizioni di Edison per l'impianto friulano potrebbero rimescolare le carte in extremis. «Per ora resta valido lo spacchettamento di marzo – conclude una fonte – e trovare la quadra senza scombinarlo non sarà difficile: Iren gradirebbe anche, per competenza territoriale, il ciclo combinato di Piacenza».

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