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Edison, vertice a quattro per fermare Edf

di Stefano Agnoli

MILANO — Prima la mossa della francese Groupama su Fonsai e Premafin. E si tratta di assicurazioni. Poi i timori che dietro i movimenti su Parmalat ci possano essere le mire di Lactalis (francese). E siamo nell’alimentare. Infine la mossa del finanziere transalpino Bernard Arnault e della sua Lvmh su un marchio italiano del lusso come Bulgari. Alla fine il ministro dell’Economia Giulio Tremonti non si sarebbe più tenuto: anche l’energia no. E in un faccia a faccia, lunedì scorso, l’avrebbe detto chiaro e tondo al numero uno di Edf, Henri Proglio, ai sindaci di Milano e Brescia ((Letizia Moratti e Adriano Paroli, entrambi del Pdl), al presidente del Consiglio di sorveglianza di A2A, Graziano Tarantini, e al manager che ha condotto la trattativa sulla spartizione di Edison con i francesi, il direttore generale Renato Ravanelli. Prima tutti insieme, e poi a quattr’occhi — anzi otto — direttamente con gli azionisti di Foro Buonaparte, cioè con i due sindaci e Proglio. E c’è chi sostiene, al termine della conversazione, di aver sentito quest’ultimo proferire una frase che non ha bisogno di commenti: à la guerre comme à la guerre. Che cosa avrebbe scatenato la reazione del Pdg francese? Il succo della reprimenda del ministro: fermatevi, niente accordo per portare Edf alla maggioranza, non è proprio il momento. Un’autentica doccia fredda per italiani e francesi, che nelle ultime tre settimane hanno lavorato duro per arrivare a un’intesa che nelle sue linee essenziali è già conclusa. E che avrebbe sancito con reciproca soddisfazione il divorzio tra Edf e A2A, la capofila della cordata italiana racchiusa nella holding Delmi. Tutto questo, quanto meno, fino all’altro giorno, quando tra gli ostacoli da superare si contava solamente l’irritazione di Iren, il socio del Nordovest non particolarmente soddisfatto della ripartizione delle centrali elettriche prevista dall’intesa Ravanelli Piquemal (Thomas, il direttore finanziario del gruppo Edf). Dall’altro giorno, invece, a essere messo in discussione dal pressing del governo è il punto chiave dell’accordo, quello che prevede che nel prossimo futuro Foro Buonaparte diventi un gruppo a maggioranza e gestione francesi, con gli italiani ricompensati con la cessione di alcuni assets (leggi: centrali idroelettriche) e presenti ancora per qualche tempo tra gli azionisti di rilievo, ma in una inequivocabile posizione di minoranza. L’alternativa che sarebbe stata prospettata dall’esecutivo e da Tremonti? Cambiare l’accordo. O prendere tempo. Almeno un anno di proroga degli attuali accordi, se non proprio il rinnovo per altri tre anni. I francesi per il momento non commentano, forti di due fatti: l’avere già in mano il 50%di Edison; poter contare su una massa finanziaria superiore nel caso di un’asta (l’ultimo atto della procedura di scioglimento dei patti). Oggi A2A riunisce invece i suoi due consigli (domani il turno di Delmi), e si potrebbe arrivare a una delega piena a Tarantini, che potrebbe preludere a uno slittamento delle intese. Il tempo stringe: lunedì il consiglio di Edison ha in calendario il bilancio 2010 e entro martedì 15 i soci devono decidere se disdettare o meno il patto, che scade a metà settembre. Oggi, inoltre, dovrebbero incontrarsi anche Tremonti e il ministro dello Sviluppo Paolo Romani. È il momento delle consultazioni. Per lo scontro, sul quale scommette la Borsa (ieri il titolo ha guadagnato l’ 1,57%) pare esserci ancora un po’ di tempo.

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