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Edison alla svolta: si chiude l’era Quadrino

di Laura Galvagni

Dopo quasi 11 anni alla guida Umberto Quadrino, amministratore delegato della Edison, oggi presenzierà per l'ultima volta all'assemblea del gruppo. Il ciclo si va a chiudere in un momento assai complesso per il comparto energetico. Fase che in parte ha contribuito al riassetto di vertice dell'azienda: al management è stata imputata infatti la cattiva performance della società. Foro Buonaparte va infatti ad approvare un bilancio 2010 con un utile netto di appena 21 milioni (240 milioni nel 2009) e un risultato operativo di 273 milioni (699 milioni l'anno precedente). Cifre che evidentemente hanno lasciato insoddisfatti i soci, A2A da un lato ed Edf dall'altro, ma che d'altra parte sono lo specchio di una situazione generale del comparto ancora critica.

Comparare Edison con gli altri operatori del settore non è impresa semplice. Le ex municipalizzate riescono a sostenere i margini grazie alle attività regolamentate che hanno ancora in portafoglio mentre i due colossi, Eni ed Enel, hanno un business assai diversificato. Tuttavia, prendendo lo spaccato di alcune attività interne dei due big, un paragone può comunque emergere sia sul piano dell'energia elettrica che su quello del gas. Il margine operativo lordo di Edison sul mercato elettrico nel 2010 si è attestato a 756 milioni, in discesa del 7,2 per cento rispetto all'anno precedente. In flessione ma meno di quanto sia stato registrato in casa dell'Enel. Il colosso elettrico, solo per quanto riguarda la generazione e la gestione dell'energia elettrica, ha segnato una flessione dell'ebitda del 20,9% a 2,3 miliardi di euro. Un calo imputabile ai minori margini di generazione, ai minori margini conseguiti sulle attività di trading del gas e all'assenza dei rimborsi relativi agli stranded cost registrati nel 2009. E nel gas? Il confronto più azzeccato è naturalmente con l'Eni, almeno per quanto riguarda il settore marketing (divisione gas & power) dove il cane a sei zampe ha segnato un calo del 30,2% dell'ebitda a 1,67 miliardi. Peggio, in questo caso, ha fatto Foro Buonaparte che sul business gas ha di fatto azzerato i margini rispetto ai 246 milioni di margine operativo lordo segnati l'anno precedente.

Per entrambi, tuttavia, la ragione va cercata negli onerosi contratti take or pay che hanno di fatto comportato un differenziale negativo tra il prezzo di acquisto del gas indicizzato ai prodotti petroliferi, come definito nei contratti di importazione a lungo termine, e il prezzo spot. Questo, in generale, è anche la conseguenza del quadro all'interno del quale si muove il mercato del gas. La capacità di importazione, per esempio, è aumentata negli hub europei e italiani di circa il 20%, portando la capacità complessiva intorno agli 80 miliardi di metri cubi di gas. Se a ciò si aggiunge che a livello di prezzo il valore di acquisto è salito di circa il 14%, come conseguenza dell'aumento del brent, mentre alla vendita ai clienti finali, soprattutto nel settore civile i prezzi si sono abbassati di circa il 45% complice il crescente peso del gas spot, non correlato al prezzo del greggio a differenza dei contratti take or pay, la situazione appare chiara. Tanto più se si ricorda che la domanda di gas, rispetto ai livelli pre crisi, risulta ancora in flessione. Basti pensare che sebbene sia risultata in ascesa lo scorso anno del 6,6%, rispetto al 2008 è ancora in calo del 2%. Stessa situazione, più o meno, nel mercato dell'energia elettrica dove la domanda nel 2010 è sì cresciuta del 1,8% ma è ancora distante dai livelli pre crisi del 2008 (-3,9%).

Ciò si inserisce in un contesto di generale sovracapacità produttiva. A livello di potenza installata in Italia abbiamo circa 100 gigawatt dei quali 70 di termoelettrico e 30 di rinnovabili mentre la domanda è intorno ai 57 gigawatt di punta massima, con una media intorno ai 49 gigawatt. Dal 2000 al 2010 sono stati installati 30 nuovi gigawatt con investimenti già stanziati al 2020 fino a 115 gigawatt. L'offerta, a fronte di una domanda in calo, non sembra dunque mancare. Ciò in cui difetta, piuttosto, l'Italia è l'incapacità di soddisfare i picchi. Le rinnovabili non sono in grado di sopperire alle punte massime, complice anche una rete di trasmissione per certi versi ancora carente. Il mancato collegamento della Sicilia alla rete nazionale continuerà a impattare negativamente sul prezzo finale dell'energia elettrica finché il cavo non sarà steso sotto lo Stretto di Messina.

 

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