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Edilizia, persi crediti per 75 miliardi

ROMA.
Giorgio Squinzi parla di «new deal» per rilanciare l’edilizia e l’Italia, Paolo Buzzetti usa un linguaggio del tutto affine citando Keynes e lanciando l’idea di un «piano Marshall» da 70 miliardi, da spendere entro il 2018 «senza sforare il tetto del 3%». Una precisazione significativa, quella del presidente dell’Ance, che ha speso buona parte del suo intervento all’assemblea nazionale dei costruttori per denunciare il «fallimento della politica del rigore di questi anni» e ricordare come – se fosse per lui – il tetto del 3% lo sforerebbe, eccome. Ma siccome le imprese vogliono, al solito, fare un ragionamento che parta dall’interesse generale del Paese, ecco qui la proposta senza sforamenti.
L’altro tema che viene evocato pesantemente all’assemblea dell’Ance è quello del credit crunch. «Le nostre stime – dice Buzzetti – dicono che dal 2007 a oggi il credito al settore è diminuito di 75 miliardi, costituiti per metà dal taglio ai finanziamenti alle imprese e per l’altra metà dal taglio ai mutui casa alle famiglie». In particolare, i finanziamenti alle imprese sono passati dai 52,5 miliardi di crediti del 2007 ai 25 miliardi tondi di crediti del 2012. Quanto ai mutui casa, il crollo è del 58%, dai 62,7 miliardi del 2007 ai 26,3 miliardi del 2012.
Il settore edile registra poi, oggi, un ulteriore inasprimento delle condizioni di accesso al credito e Buzzetti non rinuncia a una punta di critica anche verso Bankitalia. «Se la Banca d’Italia – afferma il presidente dell’Ance – dice alle banche che nel campo dell’edilizia su 100 euro di finanziamento l’impresa ne deve dare 80 in garanzia, è evidente che questo blocca il sistema».
Buzzetti rilancia l’intesa fatta con Abi per favorire la raccolta da parte delle banche di finanziamenti a medio-lungo termine attraverso lo strumento del «covered bond» sottoscritti da investitori istituzionali. «La norma per tradurre in legge questi strumenti innovativi – denuncia Buzzetti – è entrata in Consiglio dei ministri tre volte e tre volte è stata stralciata. Mi piacerebbe sapere chi l’ha bloccata». La risposta del ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, presente all’assemblea dei costruttori, non si è fatta attendere. «A bloccare la norma – ha detto nell’intervento conclusivo – è stata la Cassa depositi e prestiti che condivideva la filosofia iniziale di quel confronto, ma non ha condiviso alla fine alcuni aspetti di dettaglio del progetto». È necessario un chiarimento su quel fronte – fa capire Lupi – se si vuole andare avanti.
Durissimo l’attacco di Buzzetti, ancora una volta, all’Imu. E su questo aspetto la sintonia con Lupi è totale. «È responsabile di aver aggravato una crisi già molto grave del settore residenziale», dice il presidente dell’Ance attaccando l’imposta soprattutto per i suoi effetti perversi sul mercato dell’affitto (con aumenti che toccano il 367%) e per l’applicazione dell’imposta all’invenduto edilizio, vecchia battaglia Ance. Poi, Buzzetti ricorda i numeri della crisi: 690mila posti di lavoro persi dall’inizio della crisi nell’edilizia e nell’indotto, 11.200 imprese edili fallite, lavori pubblici dimezzati, mercato della casa praticamente fermo. Per non parlare, ovviamente, dei pagamenti della pubblica amministrazione per cui l’edilizia vanta 19 miliardi di crediti arretrati.
Qui Buzzetti si collega all’azione del Governo e alle cose da fare. «Bene i primi passi dell’esecutivo – dice – ma ora bisogna accelerare». Pensa soprattutto ai pagamenti della Pa per cui valuta positivamente lo sblocco di 7 miliardi per il settore nel decreto legge varato dal Governo e legge in positivo il fatto che 1,2 miliardi di questi 7 siano già arrivati alla cassa. «Ma ora bisogna accelerare» con il completamento del pagamento di questa tranche e soprattutto con la ricerca di risorse per coprire gli altri 12 miliardi a oggi mancanti.
Sulle infrastrutture, Buzzetti riconosce l’impegno del ministro Lupi nel «decreto legge del fare» che riattiva la cassa spostandola dalle opere ferme a quelle cantierate o immediatamente cantierabili. L’Ance chiede però un piano di scala diversa, un «piano Marshall», appunto, da 70 miliardi, studiato con il centro studi Economia Reale di Mario Baldassarri: l’effetto sarebbe una crescita a regime del 3% del Pil e di 422.690 posti di lavoro. A finanziarlo dovrebbe essere un corposo taglio alla spesa pubblica corrente. Ed è stato proprio quando Buzzetti dal palco ha rivendicato il diritto di chiedere con forza un taglio alla spesa corrente – cresciuta del 30% dal 1990 a fronte di una riduzione della spesa in conto capitale del 42% – che la platea gli ha tributato l’applauso più caloroso.

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