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Edilizia, l’aliquota Iva al 10% circoscrive il raggio d’azione

Lo snellimento delle procedure edilizie, disposto dal dl «sblocca-Italia», restringe il raggio d’azione dell’aliquota Iva agevolata del 10%. Sembra questo, sul versante fiscale, l’effetto collaterale della «retrocessione» a manutenzioni straordinarie degli interventi di rimodulazione delle unità immobiliari degli edifici mediante frazionamento o accorpamento, ad opera dell’art. 17 del dl n. 133 del 12 settembre 2014 (in vigore dal giorno successivo). Ciò perché sulle opere di semplice manutenzione l’Iva agevolata si applica in maniera più selettiva che sui lavori di recupero edilizio più impegnativi.

Facciamo il punto della disciplina Iva degli interventi di recupero del patrimonio edilizio, che secondo la classificazione «gradata» fornita dall’art. 3, dpr n. 380/01 (già art. 31, legge n. 457/78), riportata nelle tabelle, si distinguono in: manutenzioni ordinarie (lett. a); manutenzioni straordinarie (b); restauro e risanamento conservativo (c); ristrutturazione edilizia (d); ristrutturazione urbanistica (f).

Iva agevolata ad ampio raggio. In relazione agli interventi di recupero edilizio di grado superiore, elencati nelle lettere c), d) ed f) dell’art. 3 dpr n. 380/01, le disposizioni della tabella A, parte III, allegata al dpr 633/72, prevedono l’Iva del 10% su:

– prestazioni di servizi dipendenti da contratti d’appalto relativi alla realizzazione degli interventi (n. 127-quaterdecies della tabella A/III)

– cessioni di beni, escluse le materie prime e semilavorate, forniti per la realizzazione degli interventi stessi (n. 127-terdecies, tabella A/III).

Sono inoltre soggette all’aliquota del 10% le cessioni di fabbricati o porzioni di fabbricato sui quali sono stati eseguiti i predetti interventi di recupero, se effettuate dalle stesse imprese che hanno eseguito gli interventi (n. 127-quinquiesdecies, tabella A/III).

In merito alle definizioni in tabella, l’amministrazione finanziaria ha chiarito che:

– gli interventi di restauro e risanamento conservativo, diretti, rispettivamente a restituire l’immobile alla configurazione originaria che si intende tutelare e ad adeguare ad una migliore esigenza d’uso attuale un edificio esistente, consistono, per esempio in modifiche tipologiche delle singole unità immobiliari per una più funzionale distribuzione, innovazione delle strutture verticali e orizzontali, ripristino dell’aspetto storico-architettonico di un edificio, anche tramite la demolizione di superfetazioni, adeguamento delle altezze dei solai, con il rispetto delle volumetrie esistenti, apertura di finestre per esigenze di aerazione dei locali;

– gli interventi di ristrutturazione edilizia, che sono interventi sistematici diretti alla trasformazione dell’organismo edilizio, con effetti tali da incidere sui parametri urbanistici, e possono portare ad un aumento della superficie, ma non del volume preesistente, comprendono la riorganizzazione distributiva degli edifici e delle unità immobiliari, del loro numero e delle loro dimensioni, la costruzione dei servizi igienici in ampliamento delle superfici e dei volumi esistenti, il mutamento di destinazione d’uso di edifici, secondo quanto disciplinato dalle leggi regionali e dalla normativa locale, la trasformazione dei locali accessori in locali residenziali, le modifiche agli elementi strutturali, con variazione delle quote d’imposta dei solai, l’ampliamento delle superfici.

Per quanto riguarda i presupposti per l’applicazione dell’aliquota Iva agevolata, in passato l’amministrazione aveva più volte precisato che l’agevolazione non poteva essere riconosciuta all’intervento che, pur qualificandosi oggettivamente come ristrutturazione edilizia, non mirasse a rimediare a una situazione di degrado dell’immobile, ma fosse realizzato soltanto per modificarne la destinazione d’uso, ad esempio da abitativa a commerciale (ris. min. n. 430791 del 3/3/92).

Questo risalente orientamento è stato recentemente modificato. Nella circolare n. 8 del 13 marzo 2009, con riferimento alla disposizione del n. 8-bis) dell’art. 10, che esclude dal trattamento di esenzione dall’Iva le cessioni di fabbricati sottoposti a interventi di grado superiore effettuate entro cinque anni dalla fine dei lavori dalla stessa impresa di ripristino, l’agenzia delle entrate ha dichiarato che la norma non richiede che gli interventi di recupero siano collegati ad una condizione di degrado dell’immobile, per cui essa può trovare applicazione anche in ipotesi di cambio di destinazione d’uso non collegato a degrado del bene. Lo stato di degrado, ha precisato inoltre la circolare, non è necessario neppure ai fini della disposizione del n. 127-quinquiesdecies della tabella A/III, ai fini dell’aliquota agevolata.

Per quanto riguarda la portata oggettiva, l’aliquota del 10% si applica agli interventi di recupero effettuati su qualsiasi edificio esistente, quale che sia la destinazione d’uso (abitativa, commerciale ecc.); sono esclusi solo gli immobili che non rientrano nella nozione di edificio (es. monumenti, dighe); in via interpretativa, l’agevolazione è stata estesa anche agli interventi sulle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (circ. n. 1/94).

A proposito della disciplina contrattuale degli interventi edilizi, anche se la norma parla di prestazioni di servizi dipendenti da contratti d’appalto, non vi è dubbio che l’aliquota ridotta sia applicabile anche quando la prestazione sia resa in base ad un contratto d’opera, stante la sostanziale identità funzionale di tali contratti, che si differenziano solo per la qualifica dell’appaltatore. Sono al di fuori del perimetro dell’agevolazione, invece, le prestazioni di natura diversa, ad esempio i servizi professionali, trasporti. Sotto il profilo formale, poi, sebbene sia consigliabile tanto ai fini civilistici che fiscali stipulare un contratto scritto, ciò non rappresenta una condizione di accesso al beneficio, non essendo la forma scritta imposta dalla legge né a fini costitutivi né a fini probatori.

La medesima portata oggettiva va attribuita all’agevolazione delle cessioni di beni, escluse le materie prime e semilavorate, destinati alla realizzazione degli interventi stessi. Riguardo alla previsione in esame, va ricordato che l’agevolazione spetta alle cessioni di «beni finiti», che secondo la prassi ministeriale sono quelli che conservano la loro individualità anche quando vengono incorporati nella costruzione: es. ascensori, sanitari, caldaie, termosifoni, tubazioni, interruttori, quadri elettrici, porte, finestre ecc. (circolari n. 25/1979 e n. 14/1981). Non sono tali, invece, quei beni che, pur rappresentando prodotti finiti per chi li vende, costituiscono materie prime o semilavorati per li chi acquista: mattoni, piastrelle, calce, sabbia, chiodi ecc.

L’aliquota ridotta compete solo se i beni sono destinati all’esecuzione degli interventi di recupero e non quando formano oggetto di commercializzazione (per esempio dal grossista al dettagliante).

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