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Edilizia, il 110% come lo tsunami

Il superbonus del 110% sta sconvolgendo il mondo dell’edilizia, provocando aumenti spropositati dei costi dei materiali e del valore dei contratti di appalto, fenomeni di accaparramento, impossibilità di trovare manodopera e tecnici qualificati, concentrazione della gran parte dei lavori nelle mani dei general contractor e delle società di revisione. L’allarme sugli effetti concreti del superbonus era stato lanciato a metà marzo da ItaliaOggi Sette. A metà aprile un’indagine Cna aveva confermato l’aumento di «tutti i prezzi dei materiali e in particolare quelli legati ai bonus per le ristrutturazioni. Dall’acciaio al legno, dal Pvc al rame, fino a materiali isolanti, malte, collanti e laterizi». A seguire il centro studi dell’Ance aveva rilevato «un aumento del costo del ferro-acciaio tondo per cemento armato che sfiora il +120% solo negli ultimi sei mesi, a cui si aggiungono incrementi superiori al 40% per i polietileni». Ma la situazione si sta rivelando giorno per giorno sempre più complicata, perché la legge della domanda e dell’offerta, insieme con una complessità normativa ingestibile per la maggior parte degli operatori, sta trasformando il settore dell’edilizia in una maionese impazzita. Così se fino a due anni fa il costo di un cappotto era mediamente di 40 euro a mq oggi si arriva anche a superare i 100 euro. Lo stesso discorso vale per i ponteggi, che sono diventati ormai introvabili.

Di fatto sembra che gli operatori, soprattutto i general contractor, ma non solo, avendo ormai in portafoglio più ordini di quelli che sono in grado di smaltire nel medio periodo, abbiano stracciato i vecchi listini e si stiano attenendo ai prezziari ufficialmente riconosciuti per la detraibilità del 110%, notevolmente più alti rispetto ai valori applicati fino a prima del 2020. Di fatto non c’è più concorrenza perché la domanda di opere per il miglioramento energetico è già più alta della possibilità delle imprese di soddisfarla. C’è inoltre la difficoltà di interpretare una normativa eccessivamente complessa, ambigua, incerta, tanto che il rischio di incappare in future sanzioni è elevatissimo e non eliminabile a priori. Alzare i prezzi in modo forsennato (tanto, il committente non si lamenta perché sa che, alla fine, paga Pantalone) è anche un modo per precostituirsi una riserva di liquidità cui poter attingere in caso di futuri e imprevedibili problemi burocratici, sanzioni, contenziosi. Senza contare che gonfiare i prezzi consente di compensare almeno in parte la mancata deducibilità delle spese amministrative, di controllo e di indirizzo dei cantieri del general contractor, negata dall’Agenzia delle entrate.

Di questo passo, finirà che poche grandi imprese faranno guadagni enormi, grazie anche a prezzi gonfiati all’inverosimile, mentre per la maggior parte delle piccole e medie imprese questa pioggia di miliardi sarà più simile a un torrente in piena che, invece di rendere fertile il terreno, lo spazza via con violenza, lasciando dietro di sé rovine e desolazione. Possibile che nessuno al ministero dell’economia se ne renda conto? Eppure basterebbe allungare di qualche anno la validità del superbonus, magari anche riducendo la percentuale di detraibilità tra il 70 e l’80%, semplificando la disciplina, per stabilizzare un settore e sottrarlo agli artigli della speculazione.

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