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Economia nascosta a due vie

Notizie agrodolci dal fronte dell’economia non osservata: nel 2018 diminuisce di 3,2 miliardi di euro il valore aggiunto generato dal «sommerso» e aumenta invece la componente di «attività illegali», con 342 milioni di euro in più rispetto al 2017.

Questi sono i dati diffusi il 14 ottobre scorso dall’Istat (l’Istituto nazionale di statistica) nel report annuale sull’economia non osservata (o Noe acronimo di non-observed economy) nei conti nazionali.

Nel documento l’istituto mette in luce che, rispetto al 2017, l’economia «nera» in Italia si è ridotta di circa 3 miliardi di euro (-1,3%) confermando anche un andamento in diminuzione dell’incidenza della stessa sul Pil. Nel 2018, infatti, l’incidenza della Noe sul prodotto interno lordo è dell’11,9%, valore inferiore di 0,4 punti percentuali sul 2017 e più bassa di 1,1 punti rispetto al picco più alto toccato nel 2013, annualità in cui il peso del non osservato sul Pil era arrivato al 13%.

L’economia non osservata (Noe) è costituta principalmente da due componenti: l’economia sommersa e le attività illegali. La componente «economia sommersa», che include tutte quelle attività volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche, è quantificata prendendo a base tre elementi: l’evasione da sotto-dichiarazione, quella da lavoro irregolare e «altri fattori residuali» (mance e fitti in nero).

Le attività illegali invece sono calcolate seguendo le raccomandazioni dell’Eurostat e sviluppando procedure di stima di tre fenomeni illeciti principali: il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco.

I risultati dell’economia sommersa. Il sommerso economico, il cui valore nel 2018 è pari a 191,8 miliardi di euro, si rivela elemento legato al tipo di mercato di riferimento piuttosto che a una specifica tipologia di prodotto e concentrato principalmente in due settori, quello del commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (22,8%) e quello delle costruzioni (22,7%). Il valore dell’economia sommersa è costruito sull’analisi di tre fattori. Il primo, principale e preponderante, è quello della «sotto-dichiarazione» ovvero il valore aggiunto occultato tramite comunicazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi.

Nel 2018 la componente «sotto-dichiarazione» pari a 95,6 miliardi di euro, risulta in diminuzione rispetto al 2017 di circa 2,8 miliardi. Come esplicitato nel report, tale fattore risulta più marcato nel settore dei servizi professionali e negli altri servizi alle persone (dove rappresenta il 12,9% del valore aggiunto), nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%) e nelle costruzioni (11,7%).

Risulta invece assolutamente marginale nel settore dei servizi alle imprese (2,4% del totale del settore), in quello della produzione di beni di investimento (2,3%) e nella produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,6%).

Il secondo fattore che compone il «sommerso» è il lavoro irregolare, anch’esso in diminuzione nel 2018. Sulla base di quanto indicato sia nel report Istat sia nella «Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2020» allegata alla NaDeF (Nota di aggiornamento al Def, documento di economia e finanza), tale fattore risulta essere caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano. Nel 2018 il valore di tale componente risulta ridotta rispetto al 2017 di circa 1,7 miliardi di euro con una incidenza sul Pil in diminuzione di 0,2 punti percentuali.

Complessivamente, nel 2018, sono 3 milioni e 652 mila le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 656 mila unità) ed è possibile notare una riduzione dell’1,3% di tale componente rispetto al 2017.

Buoni segnali arrivano anche dal tasso di irregolarità. L’indicatore, indice della diffusione del fenomeno del lavoro nero e calcolato come incidenza percentuale delle Ula non regolari sul totale, passa dal 15,5% registrato nell’ultimo biennio al 15,1% nel 2018.

Tale calo, come chiaramente esposto nel report, deriva da una dinamica del lavoro non regolare del tutto opposta a quella del lavoro regolare. Nel periodo 2015-2018, infatti, gli irregolari risultano in diminuzione di circa 47 mila unità (-1,3%), mentre i regolari sono in crescita di 723 mila unità (+3,7%), determinando un correlato calo del tasso di irregolarità dal 15,8% del 2015 al 15,1% del 2018.

Nell’analisi per settore si può notare come nel 2018 il lavoro irregolare sia complessivamente in calo in tutte le attività a eccezione dell’agricoltura, dove si rileva invece un incremento di 0,4 punti percentuali (da 18,4% del 2017 al 18,8%).

Le attività illegali. Complessivamente il «valore» attribuito alle attività illegali nel 2018 è pari a 19,2 miliardi di euro, importo più alto di 342 milioni rispetto al 2017 (+1.8%) e con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (percentuale costante nel periodo 2015-2018). Analizzando l’incremento del valore aggiunto per tali attività, nell’ultimo quadriennio si può notare come l’aumento poc’anzi descritto sia meno rilevante di quello dei due anni precedenti, quando l’economia illegale era aumentata di oltre 800 milioni l’anno.

Dal 2015 l’ammontare delle attività illegali è aumentato di ben 2 miliardi di euro, passando da 17,2 miliardi a ben 19,2 del 2018. Tale crescita sembra attribuibile per la quasi totalità al traffico di stupefacenti, il cui valore 2018 è pari a 14,7 miliardi di euro (+0,3 miliardi rispetto al 2017) e la cui entità risulta aver avuto un incremento medio del 3,5% nell’ultimo quadriennio. Modesto invece il peso e l’incremento delle altre attività illegali ovvero i servizi di prostituzione e il contrabbando di sigarette. Il valore aggiunto della prostituzione si è mantenuto costante rispetto al 2017 con un ammontare calcolato pari a 4 miliardi di euro e una crescita media dello 0,5% dal 2015 e l’attività di contrabbando di sigarette rappresentano una quota del 2,5% del valore aggiunto pari a 0,5 miliardi di euro.

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