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Economia globale, il momento sbagliato per uno shock

La Gran Bretagna, ne sono convinti molti, soffrirebbe per un’eventuale uscita dalla Ue; ma il resto del mondo? Sono riproponibili anche per Eurolandia, o per le altre economie, quegli scenari così foschi – contestati in realtà sul piano metodologico – elaborati per il Regno Unito? Il timore che le ricadute possano essere pesanti anche per l’economia globale è davvero forte. Se non altro perché è il momento peggiore per avere un nuovo shock: Eurolandia non corre, la Cina fa fatica, gli Stati Uniti non sono brillanti come un tempo, tanti emergenti di successo sono in difficoltà…
Molto dipende da quanto potrebbe accadere sui mercati finanziari. Dove andrà la sterlina? E l’euro? Calerebbero insieme a svantaggio del dollaro? Basterebbe forse questo per far temere conseguenze su tutte le economie con squilibri finanziari, come hanno mostrato altri episodi di rialzo della valuta Usa, anche solo paventato. Analogo discorso può essere fatto per i premi al rischio, che minacciano – e in parte i primi effetti si sono già visti – i rendimenti di molti Paesi: Francia e Italia, secondo un’analisi di Crédit Suisse, potrebbero essere tra l’altro i Paesi più colpiti su questo fronte.
Le turbolenze, purtroppo, sembrano certe, al punto che oggi varrebbe la pena di domandarsi – come invita a fare Stephen L. Jen di Slj MacroPartners – se non siano almeno in parte proprio l’effetto del catastrofismo alimentato dall’«establishment» e dai «cosiddetti esperti», un elemento importante per la propaganda politica ma gravido di conseguenze per i mercati (e non solo).
Non è più facile valutare le eventuali conseguenze di medio-lungo periodo di un eventuale Brexit. I modelli non aiutano molto. Quelli usati per valutare l’impatto sulla Gran Bretagna (per riassumere: una perdita di 2.200 sterline a persona entro il 2020) sono stati molto criticati: quello del Tesoro britannico, ha notato David Blake della Cass Business School si basa su due presupposti “forti”: il primo prevede che il Governo non faccia nulla per rispondere allo shock dell’uscita, al quale è stata attribuita una durata di due anni (piuttosto lunga); il secondo che gli accordi commerciali futuri saranno peggiori di quelli del passato, dimenticando anche che la Gran Bretagna ha un ammortizzatore nella sterlina fluttuante. Usando la stessa metodologia, secondo Blake, il Tesoro di Londra dovrebbe spingere per l’adozione dell’euro, piuttosto vantaggiosa; mentre l’indipendenza della Scozia, se avesse prevalso al referendum del 2014, avrebbe portato a una riduzione dell’80% dell’interscambio con la Gran Bretagna. Un po’ troppo.
Non tutte le analisi, benché usino lo stesso modello (“di gravità”) hanno presupposti così pesanti. In ogni caso una analoga stima, dai risultati piuttosto foschi per l’economia britannica come quella pubblicata dal Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi, prevede ricadute relativamente limitate per Eurolandia e per il resto del mondo. Per l’intera economia globale, si valuta una riduzione del Pil compresa tra lo zero e 0,2 punti percentuali – rispetto agli attuali scenari – nel 2018. Per l’Eurozona, l’effetto sarebbe più importante e si collocherebbe tra 0,2 e 0,5 punti, con ricadute peggiori in Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta – più il Lussemburgo per il solo aspetto finanziario – ma inferiori alla media in Francia, Germania, Italia e Spagna. Solo nello scenario più avverso i Paesi periferici di Eurolandia potrebbero subire un effetto negativo superiore alla media dell’area. Vantaggi? Per nessuno, anche se i modelli usati non permettono di valutare – e l’Fmi lo riconosce – l’effetto del “trasloco” di attività dalla Gran Bretagna in altri Paesi.
Alcuni privati sembrano meno ottimisti. Il team di Crédit Suisse ipotizza per Eurolandia un Pil ridotto di 0,2 punti percentuali quest’anno (all’1,5%) e di un punto l’anno prossimo (all’1%). Unicredit pensa a un Pil di Eurolandia del 2017 in crescita dello 0,5%-1% contro l’attuale scenario dell’1,6% e quello Usa in rialzo del 2% dall’attuale 2,25%-2,5%.
Minimo sembra essere l’effetto complessivo sui Paesi emergenti. Al di fuori di Eurolandia, e valutando solo il peso delle esportazioni verso la Gran Bretagna, l’Fmi immagina difficoltà solo in alcune economie: a Hong Kong, in Islanda, Norvegia e Singapore, oltre a una lunga serie di emergenti (Guinea Equatoriale, Seychelles, Cambogia, Belize, Costa Rica, Guyana, Tuvalu, Mauritius, Algeria, Isole Solomon, Fiji, Sud Africa e Vietnam).
L’analisi dell’Fmi sembra essere in parte al riparo dalle critiche rivolte al rapporto del Tesoro di Londra, perché non si spinge a valutare cosa potrebbe accadere dal 2019 in poi: è da allora, secondo l’Ocse, che la Gran Bretagna “taglierà i ponti” – ammesso che, al di là della propaganda, si possa usare questa espressione – con l’Europa, in attesa di definire una nuova forma di associazione con l’Unione.
Responsi chiari, in ultima analisi, sembrano assenti. L’aspetto più interessante di molte analisi sugli effetti di Brexit è il ruolo dato all’incertezza, soprattutto politica, cruciale per sostenere le conclusioni delle ricerche. I consumi di beni durevoli, e soprattutto gli investimenti, potrebbero soffrirne, sia pure con un’intensità che dipende da molti fattori. Per fortuna, spiega l’Fmi è un effetto limitato nel tempo e, si può aggiungere, un po’ elusivo.
L’unica certezza è allora l’impatto sui bilanci comunitari, i due terzi dei quali – nota l’Fmi – sono destinati a politiche di coesione. I fondi disponibili per le politiche Ue, dopo l’uscita della Gran Bretagna, si ridurrebbero del 10%, con effetti importanti in Ungheria, Estonia, Bulgaria, Danimarca, Lituania, Lettonia, Polonia e Romania. Difficile, su questo aspetto, avere dubbi.

Riccardo Sorrentino

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