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«Economia fragile e debito alto» Bocciatura a sorpresa per l’Italia

di Massimo Gaggi

NEW YORK — Doppia bocciatura del nostro Paese decisa a sorpresa nella notte dall'agenzia di "rating" Standard & Poor's, corredata da un giudizio durissimo: "E' nostra convinzione che le misure di risanamento fin qui adottate faranno ben poco per migliorare la «performance» economica dell'Italia, soprattutto sullo sfondo delle difficoltà finanziarie crescenti e davanti al programma di austerità fiscale adottato dal governo". Un esecutivo considerato assai debole a causa della "fragilità della coalizione di governo" che riduce la possibilità di una risposta efficace alla crisi.
Mentre le voci davano per imminente un "downgrading" dell'Italia da parte di "Moody's", il declassamento è arrivato improvvisamente dall'altra grande agenzia internazionale, Standard & Poor's. La società americana, il cui centro di analisi sul debito sovrano è basato a Londra, ha ridotto il "rating" sul debito pubblico dell'Italia di un gradino, da A+ ad A, e, cosa ancor più grave, ha mantenuto la sua previsione, l'"outlook" sul Paese, ad un livello nettamente negativo. Praticamente il preannuncio di probabili, nuovi futuri interventi: quasi un doppio declassamento arrivato a mercati ormai chiusi, ma che ha ugualmente sorpreso analisti e operatori aggiungendo altre preoccupazioni di contagio in Europa, dopo che ieri i mercati hanno vissuto un'altra giornata da incubo per i nuovi timori di un fallimento della Grecia. Atene sembra, infatti, sempre meno in grado di percorrere quel sentiero di "default pilotato" che era stato faticosamente individuato dai partner Ue e dalle banche all'inizio dell'estate.
Oggi, quindi, per l'Europa, ma verosimilmente anche per tutte le altre piazze finanziarie del mondo, sarà un'altra giornata di passione. Come ieri, con i listini arrivati a perdere fino al 3% (Milano). Una nuova scossa sismica destinata ad allargare l'area colpita, non certo limitata a Grecia e Italia. Già nella notte di ieri, dopo la pubblicazione del comunicato di S&P, l'euro ha perso quota scivolando a 1,36 nel cambio col dollaro. E l'allarme è scattato di nuovo, oltre che negli uffici governativi, in quasi tutte le banche europee, a cominciare da quelle più esposte coi Paesi dell'area mediterranea.
Com'era già successo un mese e mezzo fa, quando agli Stati Uniti era stata tolta la "tripla A", il giudizio degli analisti dell'agenzia è stato basato in misura rilevante su considerazioni di ordine politico-istituzionale: la scarsa credibilità del governo italiano, la lentezza nel reagire alla gravità della crisi, la frammentazione della coazione e anche "le forti differenze all'interno del Parlamento che sono verosimilmente destinate a compromettere la capacitò dell'esecutivo di rispondere in modo efficace alle sfide che devono essere fronteggiate all'interno del Paese e da quelle poste da una situazione macroeconomica internazionale" sempre più difficile.
Anche per gli Usa al colpo del "downgrading" era seguita la seconda mazzata dell'"outlook" negativo, legato proprio alle spaccature nel Congresso che hanno semiparalizzato la politica economica della Casa Bianca. Nel caso dell'Italia, alla scarsa reattività del governo si aggiunge la considerazione di una situazione della finanza pubblica che è, oggettivamente, assai più deteriorata di quella statunitense. Tanto più che in giro per il mondo l'appetito per i titoli del Tesoro Usa, considerato comunque un porto sicuro, è ancora molto elevato, mentre altrettanto non si può di certo dire per l'Italia.
Per l'Italia e per l'Europa un'altra giornata da brivido, dopo che ieri la parola "default", riferita ad Atene, è tornata a rimbombare in tutte le capitali europee. Per arrestarsi sul tavolo di un drammatico vertice in teleconferenza proseguito fino a tarda sera e poi definito produttivo: da una parte il governo greco, dall'altra i suoi creditori internazionali – Fmi, Banca Centrale Europea, Commissione UE – che hanno perso la pazienza per le privatizzazioni che tardano e per le riforme che non decollano.
E l'Fmi chiede di più, addita preoccupato le ultime stime che per la Grecia prevedono l'uscita dalla crescita negativa solo nel 2013: «Intervenire sulle privatizzazioni o c'è il rischio di default». Ma di più, dice Atene, forse non si può dare. Quella teleconferenza è come una tenda a ossigeno, una sala di rianimazione. Proseguirà anche oggi: il premier George Papandreou ha annullato proprio per questo un viaggio a Washington. E oggi, si assicura, il governo varerà le misure richieste dal resto d'Europa: se potrà farlo. Si riducono a 3 concetti: strizzare l'amministrazione pubblica, mandando a casa 20 mila assunti negli ultimi due anni e imbrigliando salari e pensioni; far decollare le privatizzazioni, 50 miliardi da qui al 2015, sempre promesse e mai messe in campo; e riformare la macchina del fisco. Vi sono punti quasi beffardi: la tassa sulla proprietà immobiliare, annunciata l'altro ieri con un gettito da 2 miliardi, ne porterà a malapena uno, sempre secondo i calcoli dell'Fmi. Si parla anche di nuovi tagli alla spesa sanitaria, di prezzi più cari per il gasolio da riscaldamento, di chiusura per le organizzazioni pubbliche in passivo. I sindacati intravedono «tasse ingiuste». Papandreou promette che metterà tutti in riga, che ce la farà; e nessuno — forse nemmeno lui — sa se si tratti di una promessa plausibile.

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