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Risparmio, nei due anni di Mifid 2 tengono le grandi banche, bene le reti

C’è chi, come qualche grande istituto bancario, è riuscito ad incrementare i ricavi da commissioni, nonostante i maggiori obblighi informativi alla clientela. Oppure chi, tra le banche reti, pur avendo registrato un miglioramento della redditività ha però registrato un calo della quota di risparmio gestito in portafoglio.

A due anni dall’introduzione della Mifid2 tutte la imprese di investimento, in un senso o nell’altro, fanno i conti con la direttiva che ha imposto nuove regole per una maggiore trasparenza. Entrata in vigore in Italia il 3 gennaio 2018, la direttiva tra le altre cose ha previsto, a partire dall’anno scorso, l’obbligo per le società di investimento di comunicare con chiarezza agli investitori costi e oneri applicati per gli investimenti e la gestione degli strumenti finanziari in un rendiconto ad hoc.

Quantificare l’impatto degli effetti della Mifid2 sui conti economici dei vari attori dello scenario del risparmio, filtrandolo da altri elementi esogeni ed endogeni, è ovviamente difficile se non impossibile. Tuttavia, il confronto tra due fotografie scattate oggi e alla vigilia dell’introduzione della Mifid2 può aiutare ad intercettare quanto meno i trend di massima. Uno studio effettuato dalla società di consulenza Excellence Consulting ha analizzato i bilanci delle diverse società negli ultimi due anni.

Le grandi banche tengono, peggiorano le medio-piccole

Se si guarda alle banche commerciali, il dato che emerge è che la voce delle commissioni nette, ovvero i ricavi derivanti dall’attività di asset manager, migliora, salvo rare eccezioni, in tutti gli istituti tra il settembre 2018 e il settembre 2019. Il risultato, va detto, è condizionato dall’andamento favorevole dei mercati finanziari e dall’apprezzamento delle masse: il valore della redditività di queste ultime (commissioni nette/assets), infatti, segnala un mercato che si muove in ordine sparso. Le grandi banche, ad esempio, danno segnali di tenuta. UniCredit ad esempio registra una crescita pari a quattro punti base nel rapporto tra commissioni nette e masse gestite, mentre Intesa San Paolo rimane sostanzialmente stabile. Da sottolineare, spiega il ceo di Excellence Consulting, Maurizio Primanni,« la performance delle reti di consulenti, che complessivamente incrementano». Banca Mediolanum fa segnare un +10 punti base, Banca Generali +7, Fineco +1. Tutte le altre banche, le medie e le piccole, incassano invece un deterioramento della redditività.

Sul fronte delle banche reti, i dati segnalano come i consulenti siano apparsi «molto prudenti nella proposizioni dei prodotti di risparmio gsestito». Guardando i dati di Assoreti relativi al terzo trimestre 2019 rispetto al dato di fine 2018, la percentuale di patrimonio gestito, malgrado l’andamento favorevole dei mercati finanziari, scende di un punto percentuale. Le maggiori contrazioni della quota di gestito sono di Credem (-11%), seguite da Intesa San Paolo Private Banking, Banca Generali, Deutsche Bank Fa, IW Bank, che si fermano tutte al -2%. All’opposto e in controtendenza soprattutto Bnl – Life Banker (+2%) e Banca Mediolanum (+1%). «Se le banche dopo l’introduzione della Mifid 2 e a seguito della maggiore trasparenza stanno prestando correttamente maggiore attenzione alla gestione del pricing, con l’obiettivo di evitare situazioni di vulnerabilità dei clienti, le reti dei consulenti finanziari stanno anche ponendo più attenzione al ri-bilanciamento dei portafogli», aggiunge Primanni.

L’analisi guarda anche al mondo degli asset manager, settore che «evidenzia l’avvio di una fase di concentrazione che potrebbe acuirsi nel futuro», aggiunge Primanni. Sono oltre 70 tra italiani e esteri, le case di asset management. Nel 2018, oltre 40 di esse registravano una raccolta negativa, mentre nel 2019 – malgrado un andamento dei mercati diametralmente opposto, con una ricchezza complessiva gestita che passa da 2.000 a quasi 2.300 miliardi – sono ancora 17 quelli in raccolta negativa. Di questi una decina sono stabilmente in perdita, con riduzioni fino al 10% su base annua, escludendo l’effetto mercato.

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