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Economia avvitata il 58% del prestito andrà a creditori e banche greche

Una economia avvitata. Appare così la situazione della Grecia, alle prese ora con il suo terzo salvataggio. Dagli studi effettuati dagli economisti Luigi Zingales e Angelo Baglioni viene fuori che, al dunque, i debiti del paese servono soprattutto a ripagare altri debiti e a ricapitalizzare le banche. Alle famiglie e alle imprese, invece, è andato e andrà una parte modesta del fiume di miliardi che «le Istituzioni», ovvero l’ex Troika (Bce, Fmi,Ue) hanno versato e forse verseranno per aiutare Atene: meno della metà, cifre alla mano. Tradotto in parole ancora più semplici non pare che l’austerità abbia proprio funzionato nel caso dell’economia di Atene, sempre appesa al rischio-default.
Questi due esperti si sono dunque messi a spulciare tra i documenti dei diversi salvataggi, l’ultimo deciso a Bruxelles l’altro giorno, dopo una drammatica maratona negoziale nottura. Hanno fatto confronti. Hanno interpretato codici e codicilli cercando di «fare chiarezza» sui numeri dei diversi bailout e sul loro funzionamento. E quel che emerge conferma appunto che è in atto un avvitamento nell’economia greca che non promette niente di buono.
Sul sito de «lavoce.info» Zingales dimostra con i dati che dei 226,7 miliardi ottenuti dal paese nel biennio 2010-2012 circa 157,1 miliardi — il 69,3% — sono serviti per restituire debiti pregressi e pagare interessi. Altri 43,1 miliardi (il 19%) sono stati usati per ricapitalizzare le banche elleniche e solo 26,5 miliardi, l’11,7% del totale, è andato al governo greco e dunque all’economia del paese.
Lo stesso fenomeno, secondo Baglioni, potrebbe ripetersi con il denaro ipotizzato per l’ultimo piano di aiuti ad Atene, architettato a fatica lo scorso week-end a Bruxelles. Nei suoi calcoli, effettuati peraltro all’interno di una cornice che «non brilla per trasparenza», il nuovo prestito da 82-86 miliardi in tre anni sarà così ripartito: 23,5 miliardi per restituire i crediti a Fmi e Bce. Altri 25 per ricapitalizzare le banche e 35 per investimenti nell’economia. Insomma, secondo Baglioni, il 58% andrà a creditori e banche greche. Solo il resto all’economia.
E’ una «interpretazione», così la definisce l’autore. Ma guardando ai numeri, passati e futuri, senz’altro le «voci» per il pagamento dei debiti e delle ricapitalizzazioni si mangiano il grosso della torta. E quel che va all’economia non basta, evidentemente. Nessun surplus s’è creato finora; il debito sta diventato insostenibile, come sospetta adesso lo stesso Fmi; il Pil non s’è ripreso. Così la situazione economica di Atene resta asfittica, sempre sull’orlo del baratro, piegata dall’austerity. La disoccupazione galoppa, la povertà avanza e la rabbia sociale esplode.
Naturalmente non tutti gli economisti la pensano come loro e anzi ferve il dibattitito tra gli esperti sui vantaggi e gli svantaggi della linea del rigore applicata al caso greco nei diversi «programmi di aiuti».
In qualche maniera, anche gli schieramenti tra «falchi» e «colombe» cui si è nuovamente assistito nei giorni caldi di Bruxelles rispecchiano la convinzione che l’austerity faccia bene o male al paese che deve praticarla, in cambio degli aiuti. In ultima analisi, queste stesse opposte convinzioni si ritrovano perfino nell’attuale, complesso sfilacciamento del governo greco, alle prese con il varo delle riforme chieste dalle Istituzioni come condizione per il nuovo salvataggio.
Il premier Tsipras ha già denunciato il fatto che il paese, ormai, contrae nuovi debiti per pagare quelli vecchi e che i denari fin qui ricevuti «sono serviti a salvare le banche (non solo greche) e non sono mai arrivati al popolo». E come lui la pensava anche l’allora ministro dell’economia Varoufakis, oggi per ragioni politiche interne divenuto un ex amico del governo greco. Così Zingales, alla luce dei calcoli e vista l’esperienza del passato, nel suo tentativo di «fare chiarezza sui numeri dei salvataggi greci ci tiene a dimostrare che le parole di Tsipras sono «eccessive ma non completamente infondate ».
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