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Ecobonus, aiuti a ostacoli. Gli artigiani: noi esclusi

Il paese delle piccole imprese che vara leggi adatte solo alle grandi. Un paradosso che si ripete dall’Ecobonus all’agevolazione dei progetti legati all’economia circolare. A denunciarlo è la Cna, associazione nazionale degli artigiani, che cita alcuni dei principali volani per l’economia come strumenti non adatti alle piccole imprese. Cioè per la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Eppure nel 2011 era stata varata la legge 180, meglio conosciuta come Statuto delle imprese, pensata e varata proprio per ridurre il carico burocratico sui «piccoli imprenditori» e recepire lo Small business act, (l’atto europeo che impone il principio «think small first» pensa innanzitutto al piccolo), nella produzione normativa nazionale. Esattamente il contrario di quanto si registra nell’applicazione delle ultime misure, perlomeno stando a quanto lamentano i rappresentanti di artigiani e Pmi. «Se si compilasse una classifica delle leggi meno applicate in Italia — afferma Sergio Silvestrini, segretario generale di Cna — sono sicuro che ai primi posti della graduatoria campeggerebbe la 180 del 2011, una legge approvata all’unanimità e altrettanto all’unanimità, a quanto pare, disattesa».

Prendiamo il caso dell’Ecobonus, importante fattore di sviluppo economico e concreto sostegno all’ambiente attraverso l’efficientamento energetico. Un provvedimento ulteriormente rafforzato ed esteso dal Decreto Rilancio che potenzia l’Ecobonus come strumento anti-crisi per il devastato settore edile. Tuttavia l’estensione del meccanismo dello «sconto in fattura» a tutte le tipologie d’intervento rischia di sbattere fuori dal mercato artigiani e piccole imprese. Le loro dimensioni e i loro «polmoni finanziari» non permettono di anticipare ai clienti l’intero ammontare del beneficio fiscale riconosciuto dallo Stato ai committenti.

Eppure, la Cna stima che l’Ecobonus, se aperto all’intera platea imprenditoriale e così come esteso dal Decreto Rilancio, in pochi mesi permetterebbe 30mila assunzioni. Eppure gli ostacoli burocratici creano quell’inestricabile groviglio di complicazioni che avvolge l’Ecobonus anche per chi ne volesse usufruire: un rompicapo fatto di soglie, vincoli e adempimenti che rischiano di trasformarlo in un’occasione perduta. Un meccanismo che diventa ancora più complicato se si è in presenza di lavori in combinazione. Basti pensare cosa succede a chi vuol realizzare contemporaneamente un rifacimento del cappotto (soglia di rimborso a 50 mila euro) e un’installazione di infissi (soglia a 60 mila euro): un intreccio di adempimenti amministrativi e certificazioni da far tremare i polsi a professionisti come commercialisti e consulenti del lavoro.

Si potrebbe obiettare che per le piccole imprese esiste la possibilità di cedere a una banca il credito equivalente allo sconto in fattura. Ma l’operazione non è a costo zero. Vale il 10 per cento della somma detraibile. e non tutti gli artigiani e le microimprese posso permetterselo.

Non va meglio sul fronte delle normative ambientali. Permettere alle piccole imprese di trasformare in opportunità le sfide ambientali, e i relativi costi che sono chiamate a sopportare, in opportunità è un punto importante delle politiche di transizione e di riconversione verso l’economia circolare. E il Decreto Crescita del 2019 ha previsto specifiche agevolazioni lungo questo percorso. Senonché si tratta di agevolazioni tagliate su misure per le grandi imprese.

Anche in questo caso le modalità di accesso agli incentivi richiedono procedure complicate e una elevata capacità d’investimento. Per esempio, per cimentarsi in un progetto per la riconversione di imballaggi, i progetti di ricerca e sviluppo oggetto dell’agevolazione richiedono investimenti tra i 500mila e i due milioni di euro di ammontare. Grandezze che non tengono conto della realtà delle imprese di dimensione minore. «Finora — ricorda Silvestrini — non siamo riusciti a ottenere nemmeno che la burocrazia si parlasse al suo interno, si scambiasse informazioni e documenti delle banche dati pubbliche. Le imprese non avevano scampo: dovevano produrseli da sé buttando denaro, sprecando tempo e rischiando di sbagliare. Ora speriamo che il Decreto Semplificazioni ponga fine a questa situazione. Purché non siano promesse da marinaio». Anche perché stavolta non è remoto il rischio che la nave affondi.

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