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Ecco tutti i paletti della conversione Per cambiare basteranno pochi voti

Potrebbe arrivare oggi la posizione ufficiale di Assopopolari sul decreto che ha disposto la trasformazione in spa dei 10 big della categoria: è possibile che la riunione fra i vertici delle maggiori banche cooperative, prevista nel pomeriggio nella sede dell’associazione, porti alla redazione di un comunicato.
Del resto per Assopopolari il blitz del governo guidato da Matteo Renzi è arrivato a «cantiere» appena aperto. In dicembre era stato dato incarico a tre super-saggi, Piergaetano Marchetti, Angelo Tantazzi e Alberto Quadrio Curzi, di studiare un testo di riforma per il settore. Che, pur preservando il principio cardine del voto capitario, aveva fra gli obiettivi quello di agevolare la rappresentanza degli investitori istituzionali, tasto al quale le banche hanno finora risposto in modo differente pur sollecitate in tal senso da Via Nazionale.
Allo stato attuale il testo del provvedimento non sembra lasciare margini di manovra alle 10 banche con oltre 8 miliardi di attivo che dovranno trasformarsi in spa entro 18 mesi dall’entratta in vigore delle disposizioni ai attuazione che saranno emanate da Bankitalia. Le conseguenze per «inottemperanza» sono chiare: si va dalla revoca dell’autorizzazione all’attività bancaria fino alla liquidazione coatta amministrativa. Cioé: o spa o si chiude.
E anche rispetto alle assemblee che dovranno approvare il passaggio a società per azioni il provvedimento facilità il più possibile la deliberazione, che va presa con la maggioranza dei due terzi. Nelle assise, che si terranno ovviamente secondo il principio attuale «una testa-un voto» (indipendentemente dal numero di azioni possedute) basterà la presenza di pochi soci. Il testo dice che in prima convocazione in assemblea dev’esserci almeno un decimo dei soci della banca, mentre in seconda si decide «qualunque sia il numero dei soci intervenuti». Per la validità il provvedimento non si affida agli statuti come previsto dal testo unico bancario: e in effetti oggi alcuni Popolari (come Bpm o il Banco) per la prima convocazione indicano un decimo dei soci, altre un ventesimo (Ubi) o un quinto (Bper), mentre in seconda nelle straordinarie c’è chi dispone un minimo di mille soci (la Milano) o 1.400 (Ubi) o l’1% (come Bper).
Oggi si saprà se Assopopolari (dove si terrà anche un incontro sulla cessione dell’Istituto centrale delle banche popolari) deciderà di alzare le barricate: per il momento l’associazione avrebbe chiesto pareri legati sulla validità dell’urgenza nelle misure del governo e sulle limitazioni al recesso contenute nel provvedimento. Di certo invece è alto lo scontro politico.
Ncd è andata allo strappo e ha cominciato a lavorare su possibili emendamenti, che potrebbero anche in questo caso partire dalla questione dell’urgenza che ha portato a inserire la riforma nel decreto «investment compact». Il presidente pd della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, ha sottolineato che «non si comprende come la governance delineata possa sbloccare il credito alle imprese». E una posizione simile è arrivata dalla leader della Cgil Susanna Camusso: «È questa l’urgenza che ha il Paese per innescare il credito di cui i cittadini e le imprese soffrono la mancanza? Le banche cooperative sono quelle che hanno avuto un credito più alto con il territorio e le piccole imprese».
La svolta segnata dal provvedimento Renzi non ha comunque «abolito» le Popolari. Ha sancito che oltre certe dimensioni una banca non può avere una governance da cooperativa dove si decide con voto capitario, la politica è attore palese e il management ha più volte oscillato fra autoreferenzialità e subordinazione ai sindacati.

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