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Ecco tutte le casseforti dov’è nascosto il tesoro Nuove accuse a Vigni

Porta a Bologna la pista per rintracciare il tesoro che sarebbe stato sottratto dai manager dalle casse del Monte dei Paschi. Porta a una fiduciaria, la Galvani srl, dove erano custoditi oltre ventidue milioni di euro che l’ex capo dell’Area Finanza Gianluca Baldassarri avrebbe sottratto illecitamente. Altri venti milioni – pure questi sequestrati – sarebbero stati spartiti tra il suo vice Alessandro Toccafondi e tre broker che li hanno poi investiti. La società emiliana, questo è il sospetto, potrebbe aver gestito anche il denaro di altri personaggi per anni al vertice della banca senese, ora coinvolti nell’inchiesta sull’acquisizione di Antonveneta. Mentre i pubblici ministeri contestano all’ex direttore generale Antonio Vigni una nuova e pesantissima accusa legata al contratto nascosto sul derivato Alexandria, gli investigatori si concentrano sulle tracce del denaro e già nei prossimi giorni potrebbero portare risultati importanti per l’inchiesta.
La cassaforte di Vigni
Tornerà domattina in procura a Siena l’ex direttore generale accusato di aver manipolato il mercato e ostacolato gli organi di vigilanza nell’ambito dell’acquisizione di Antonveneta. E dovrà difendersi da una nuova contestazione: aver nascosto alla Banca d’Italia l’accordo con Nomura, una delle operazioni compiute – secondo i pubblici ministeri Natalino Nastasi, Giuseppe Grosso e Aldo Natalini – per cercare di ripianare i debiti conseguenti all’acquisto della banca padovana. Secondo l’ultimo conteggio contenuto nell’informativa trasmessa dagli uomini del Valutario l’affare con gli spagnoli del Santander costò ben 19 miliardi con 9 miliardi e 300 milioni come costo effettivo e 10 miliardi di oneri.
Scrivono i magistrati nell’avviso a comparire: «Vigni ha occultato nella propria cassaforte un contratto di mandate agreement stipulato il 31 luglio 2009 tra Nomura International e Banca Monte dei Paschi, attraverso il quale si realizzava un collegamento negoziale tra due operazioni realizzate da Mps nel 2009, ovvero quella di investimento in Btp con scadenza trentennale avente quale controparte la banca giapponese Nomura per l’importo di 3,05 miliardi di euro e la ristrutturazione dei veicolo Alexandria realizzata con la medesima controparte, così consapevolmente ostacolando le funzioni di Banca d’Italia».
I conti all’estero
Nell’elenco degli investigatori ci sono investimenti in titoli, comprese le azioni Mps, euro e dollari trasferiti all’estero e poi riportati in Italia, Btp, polizze. Una montagna di soldi che i manager dell’Area Finanza avrebbero sottratto illecitamente dai bilanci della banca senese, aggravando una situazione già disastrosa. E avrebbero cominciato a farlo ben prima del negoziato per Antonveneta. Sono gli uomini che secondo un testimone avrebbero fatto parte della «banda del 5 per cento», sospettati di aver preso illecitamente una percentuale fissa su ogni affare. Gli investigatori guidati dal generale Bottillo hanno rintracciato oltre 40 milioni, ma il sospetto è che ce ne siano molti di più. Per questo si concentrano su due società che potrebbero trasformarsi nella chiave di accesso per arrivare al vero forziere dei manager di Mps.
La prima è Enigma, con sedi a Milano, Malta e Londra. Sarebbe stata utilizzata da Baldassarri e da alcuni funzionari a lui fedeli per le operazioni speculative che facevano guadagnare molti soldi con minimo rischio. Tre broker dell’azienda – Fabrizio Cerasani, David Ionni, e Luca Borrone – sono finiti sotto accusa per associazione a delinquere e hanno subìto il sequestro del denaro che – come è sottolineato nel provvedimento dei magistrati – «è di sicura provenienza illecita».
Il forziere di Baldassarri
L’attenzione degli investigatori è puntata soprattutto sulla Galvani. A Baldassarri e agli altri manager, l’accusa contesta di aver creato all’interno dell’Area Finanza «una struttura che reiterava condotte fraudolente» e di aver percepito «riconoscimenti illegali e paralleli veicolati nell’ambito di operazioni diversamente denominate intrattenute con collaterali» e di aver poi utilizzato la struttura bolognese per i trasferimenti all’estero e per gli investimenti in Italia. Un complicato gioco speculativo che avrebbe garantito guadagni «ben più alti delle entrate ufficiali».
Il presidente della società Marco Montefameglio assicura di non aver «alcun ruolo, perché noi siamo stati semplici intermediari e da tempo collaboriamo con la magistratura e con la Banca d’Italia», ma gli inquirenti non appaiono affatto convinti di questa tesi. Ieri in procura sono arrivati alcuni ispettori di Bankitalia che si sono occupati di Mps. È possibile che tra gli argomenti trattati ci sia proprio il ruolo delle fiduciarie.

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