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“Ecco perché mi sono dimesso. Adesso c’è molta preoccupazione ma non potevo proprio evitarlo”

Per tutta la giornata Monti (e anche Giorgio Napolitano, dal suo appartamento al Quirinale) hanno dovuto prendere atto di questo allarme internazionale, che può innescare una nuova spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia, allargandosi dalle cancellerie europee agli Stati Uniti, ai mercati. «Sì, ho avuto molte telefonate dall’estero», si limita a dire Monti. Telefonate per capire cos’era successo e soprattutto che cosa può succedere adesso, in un Paese che non ha ancora compiuto il suo risanamento, e resta in una situazione complicata e difficile.
Nessuna telefonata, invece, a nessun uomo politico prima di discutere sabato sera con Napolitano al Quirinale la scelta delle dimissioni. Nemmeno i ministri più importanti erano stati avvertiti. «La mia decisione non ha avuto bisogno di un confronto politico — spiega il Capo del governo —. Non è vero che mi sono consultato con gli onorevoli Bersani e Casini prima di andare al Quirinale. Non ne avevo il tempo, e in
qualche modo potrei dire che non ne ho avvertito la necessità. Nel senso che mi era ben chiaro che cosa dovevo fare. Ecco perché non ne ho parlato nemmeno con esponenti del governo. Ho voluto confrontarmi soltanto con il Capo dello Stato. Poi, a cose fatte, ho chiamato Bersani e Casini. E dopo anche l’onorevole Alfano».
Ma quando è salito al Quirinale, in ritardo sull’appuntamento per colpa dell’aereo che lo riportava in Italia da Cannes, Monti in realtà aveva già preso la sua decisione. Non un orientamento per le dimissioni, ma la decisione vera e propria di lasciare, in modo irrevocabile, sottoposta soltanto alla verifica istituzionale del Presidente della Repubblica, con il quale l’intesa è stata fortissima in tutti questi mesi, e soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà interna e internazionale. «Avevo in realtà deciso da pochissime ore — dice il Premier — e più esattamente proprio durante il volo da Cannes a Roma. Ho avuto modo di pensare, inevitabilmente, a cosa aveva rappresentato per l’Italia Cannes lo scorso anno, con quel G8 all’inizio di no in cui il nostro governo fu messo alle strette». Le cronache ricordano l’isolamento di Berlusconi tra i Capi di Stato e di governo degli altri Paesi, la sfiducia palpabile nei confronti dell’Italia, precipitata in coda ai Pigs, dopo la Spagna e appena prima della Grecia, con i dubbi diffusi sulla nostra capacità di sfuggire al rischio default insieme con Atene.
Anche quel ricordo ha consigliato Mario Monti a scegliere la giornata festiva di sabato per la resa dei conti finale: «Ho preferito che la decisione e l’annuncio cadessero in un giorno di mercati chiusi, con ventiquattro o trentasei ore di tempo per riassorbire un eventuale “colpo”, nella speranza naturalmente che il colpo non ci sia. Spiegando subito, in ogni caso, che le dimissioni diventeranno effettive solo dopo l’approvazione della legge di stabilità, che spero proprio arriverà come previsto».
La dichiarazione di Alfano che annunciava la presa di distanza del Pdl e la fine dell’esperienza del governo Monti è stata la causa definitiva della scelta del Professore perché meditata e circostanziata, dopo gli attacchi e i preannunci di crisi da parte di Silvio Berlusconi. «L’ho interpretata veramente come un attestato di sfiducia — dice Monti — anche se non espressa in modo formale. Ma non era necessario, tutto era ormai chiaro».
Chiaro anche il preannuncio di un Vietnam parlamentare, con il Pdl che puntava ad avere le mani libere in una lunga campagna elettorale, boicottando ogni provvedimento del governo (a partire dal taglio delle Province e dall’incandidabilità per i condannati) senza assumersi formalmente la responsabilità di una crisi. Monti dunque sarebbe stato rosolato a fuoco lento sulla graticola parlamentare. «È possibile, anzi è probabile — spiega il Professore —, ma non è stato questo l’elemento determinante nella mia decisione. Il fatto importante e per me decisivo è un altro: io non sento più intorno a me una maggioranza che, sia pure con riserve e magari anche a malincuore, sia capace di sostenere con convinzione la linea politica e di programma su cui avevamo concordato».
Questo venire meno agli impegni presi, questo venire meno della responsabilità condivisa da parte delvembre la maggioranza anomala che aveva accettato di far fronte al risanamento necessario, dividendosi il costo politico ed elettorale dei sacrifici, ha convinto Monti a prendere l’iniziativa formale della crisi, con un chiarimento definitivo. «Non potevo fare altrimenti — chiarisce il presidente del Consiglio —. Non sarebbe stato giusto, e nemmeno possibile. E oggi, non ha molta importanza vedere che una parte di quella maggioranza incrinata dica che non ha mai dichiarato la sfiducia in modo formale. Le cose sono chiare». Che cosa resta? Il bilancio di quest’anno di governo in condizioni drammatiche, e Monti troverà il modo di farlo. Le telefonate di riconoscimento per l’impegno del Paese in questi mesi, venute dall’estero. E gli inviti, ripetuti, ad andare avanti, a non interrompere qui questa avventura politica e culturale nel segno dell’Europa. Molti spingono per una candidatura, per una scelta decisa, per la benedizione a qualche lista, scommettendo che Monti in politica non si fermerà qui. «Non lo so — risponde il Professore —, non lo so proprio. Se dovessi candidamente dire il mio sentimento oggi, direi che sono molto preoccupato. E non mi riferisco soltanto a quella parte politica da cui è venuto questo epilogo, con le mie dimissioni. No, la mia preoccupazione è più generale». C’è come un senso di solitudine, il giorno dopo. Come concluderà la domenica di crisi il Professore? «Telefonando al Presidente Ciampi, per gli auguri del suo compleanno. Una voce autorevole, e amica».

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