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Ecco il conto di AntonVeneta

AntonVeneta come il peccato originale, la causa di ogni male. È nelle pieghe di quell’acquisizione, nata come un vero e proprio blitz, che si cercano le prove di quanto fossero viziate le acrobazie finanziarie messe in piedi dal Monte dei Paschi. Il pensiero comune è infatti che Mps pagò veramente troppo per quell’asset.
Ma fu realmente così? Se si guardano i numeri di quell’operazione, sopra i 9 miliardi ipotizzati nella stima pubblicata nella tabella a lato (che riproduce il conteggio di un report del 2007) emerge che il Monte versò per ogni sportello dell’AntonVeneta un prezzo più o meno in linea con quello che era la prassi del mercato all’epoca. Ma questo non può bastare. E infatti l’analisi dei fondamentali racconta anche un’altra verità. Non a caso, va ricordato che all’indomani della notizia dell’offerta del Monte su AntonVeneta, ossia il 9 novembre 2007, il titolo Mps fu sospeso in Borsa per eccesso di ribasso e arrivò a perdere addirittura il 15% del proprio valore. Segno che il mercato mal aveva digerito l’annuncio dell’acquisizione. E nei giorni successivi i giudizi degli analisti e degli operatori di Piazza Affari non sponsorizzarono alcuna inversione di rotta. Anzi, confermarono il sospetto che la somma versata fosse troppo elevata. Lo dimostrano i vari commenti dell’epoca pubblicati dalle diverse banche d’affari. Più o meno tutti concordarono nel dire che strategicamente fu un’operazione chiave per Mps, che in questo modo consolidò la posizione di terzo polo bancario in Italia e si assicurò il presidio di un mercato come quello del Nord-Est, tuttavia tutti sostennero anche che il prezzo pagato fu davvero caro. Inizialmente lo confrontarono con quanto versato da Abn Amro nel 2005, 8,2 miliardi compresa Interbanca, e dal Santander nel 2007, 6,6 miliardi sempre compresa Interbanca. Poi entrano nel dettaglio. E la tabella prodotta da Cheuvreux può risultare assai esemplificativa. Vennero infatti considerate le ultime 15 transazioni chiuse in Italia in quegli anni tra vendita di sportelli e cessione di vere e proprie banche. Emerse che i multipli medi a cui furono archiviate le diverse acquisizioni stabilivano in 8,8 milioni il valore di ogni singolo sportello, in 23,5 volte il prezzo che andava pagato rispetto all’utile del 2007 (p/e) e in 2,8 volte il prezzo sul tangible book value (p/tbv). Mps comprò AntonVeneta pagando ogni singolo sportello 8,9 milioni, il p/e era pari a 26,2 volte e il p/tbv a 3 volte. Insomma, se 9 miliardi potevano essere giustificati rispetto alla mole di sportelli acquistati, in tutto 997, non lo erano sul piano dei fondamentali. Tanto più se si considera che una buona fetta delle operazioni analizzate da Cheuvreux erano state strutturate non versando un euro in contante ma pagando carta contro carta, il che normalmente implica il riconoscimento di un premio ai soci. È il caso per esempio di CariFirenze, acquistata da Intesa Sanpaolo o di Banca Lombarda, entrata nell’orbita Ubi, ma anche della stessa Capitalia finita sotto il cappello di UniCredit a un multiplo pari a 2,6 volte il p/tbv.
Forse per questo il 12 novembre 2007 Merrill Lynch cambiò il proprio giudizio sul titolo Mps portandolo a sell, ossia vendere: «Per noi è difficile giustificare il prezzo pagato». E questo perché, visto il corrispettivo a cui fu chiusa l’operazione, l’aggregato avrebbe trattato in Borsa a un multiplo pari a 10,2 volte gli utili del 2009, con un premio del 20% rispetto ai valori espressi dal resto del settore.

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