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Ecco i numeri sul tavolo di Monti

di Dino Pesole

Rigore, crescita ed equità. Il sentiero che il presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, si appresta a delineare, non appena avrà formato la squadra di governo e ottenuto la fiducia dalle Camere, prevede una serie di interventi da pianificare da qui alla fine dell'anno. La prima tappa punta a rassicurare Bruxelles e i mercati: il pareggio di bilancio nel 2013, che la Commissione europea giudica a bocce ferme irraggiungibile per effetto della revisione al ribasso delle stime di crescita, sarà una delle priorità del nuovo esecutivo.

I calcoli sono tuttora in corso, nessuna cifra è stata ancora messa nero su bianco, e tuttavia dalle prime simulazioni emerge una correzione di un punto di Pil (16 miliardi) per colmare lo scarto dello 0,7% tra la nuova stima di deficit 2012 prevista da Bruxelles (2,3%) e quella del governo uscente (1,6%), cui andranno aggiunti (con diverse modalità di copertura) i 4 miliardi attesi dalla riforma fiscale e assistenziale. Si arriva a quota 20 miliardi, che potrebbero lievitare a 24 miliardi per compensare l'aumento della spesa per interessi provocato, da agosto a oggi, dall'impennata dei rendimenti sui nostri titoli del debito pubblico.

Si lavora per gran parte a misure dal carattere strutturale, che dunque dispiegheranno i loro effetti a regime. Sarebbe in tal modo possibile avvicinarsi nel 2013 all'obiettivo di un deficit «vicino al pareggio», mentre al momento la Commissione europea stima che non si scenderà al di sotto dell'1,2 per cento. Bruxelles prevede che il surplus primario si attesti, in assenza di nuove correzioni, al 3,1% del Pil nel 2012 e al 4,4% nel 2013, il più consistente nell'Unione europea. Con ogni probabilità, per effetto della manovra in via di definizione, si raggiungerà nel 2012 il 3,7% e nel 2013 si supererà il 5 per cento. Ma il vero problema è l'incremento della spesa per interessi, stimato da Bruxelles in aumento di 8 miliardi nel 2012 e 4 miliardi nel 2013.

Se le cifre del prossimo intervento correttivo sono sostanzialmente quelle delineate, il menu della manovra è tutto ancora in itinere. In primo piano compare la reintroduzione dell'Ici che comporterà un maggiore gettito a beneficio dei comuni di 3,5 miliardi. Si tratta di definire un meccanismo che inevitabilmente dovrebbe interagire, secondo quanto sottolinea il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti nella lettera di risposta al questionario inviato da Bruxelles, con il decreto legislativo sul fisco municipale. In sostanza il ritorno all'Ici dovrebbe integrarsi (per ora il dispositivo del decreto non lo consente) con la nuova imposta sui servizi. Si tratterebbe evidentemente dell'Ici sulla prima casa, abolita dal governo Berlusconi in linea con quanto promesso in campagna elettorale. Già il governo Prodi l'aveva peraltro soppressa per il 60%, relativamente ai redditi medio-alti.

Misura che potrebbe essere accompagnata da una patrimoniale sui beni immobiliari e mobiliari, dall'ulteriore giro di vite sul fronte della lotta all'evasione fiscale anche attraverso la tracciabilità dei pagamenti (con tetto ai versamenti in contante di 300 euro).

Il carnet degli interventi in cantiere dovrà prevedere, con ogni probabilità, l'individuazione di misure compensantive quanto meno per i 4 miliardi attesi nel 2012 dalla delega fiscale, attraverso il meccanismo della clausola di salvaguardia. Pare infatti alquanto improbabile che il Parlamento, come indicato nella «lettera di intenti» trasmessa a Bruxelles da Silvio Berlusconi, riesca ad anticipare a gennaio il varo della riforma, rispetto alla precedente scadenza di settembre. Nel 2013 questa partita vale 16 miliardi, magna pars della manovra di agosto rafforzata rispetto alla precedente correzione di luglio, proprio con l'intento di "blindare" il pareggio di bilancio.

Al momento non si hanno indicazioni (ed è perfettamente comprensibile poiché il governo non si è ancora formato) quale sia l'intendimento di Mario Monti su questo fronte. È probabile che venga confermato l'impianto della riforma (il ddl del resto è all'esame del Parlamento), ma che si individueranno quanto meno modalità integrative di copertura. Se il governo nascerà, come lo stesso premier incaricato ha anticipato domenica sera al Quirinale, per garantire comunque equità nella definizione delle azioni di politica economica, appare del tutto improbabile che si possa avallare la scelta dei tagli "orizzontali" alle attuali agevolazioni fiscali, così come previsto dalla clausola di salvaguardia.

Nel possibile menu della prossima manovra (la terza nel 2011) certamente si riaprirà il cantiere della previdenza. Si ragiona al possibile anticipo dal 2026 al 2020 per l'allungamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia. Quanto alle anzianità, si potrebbe anticipare al 2012 il raggiungimento di «quota 97» nel mix tra età e anzianità contributiva, e raggiungere «quota 100» dal 2015. Sul fronte del lavoro, il percorso è quello di una maggiore flessibilità anche in uscita, da accompagnare con la riforma degli ammortizzatori sociali. Le indiscrezioni dell'ultimora parlano anche di possibili tagli ai costi della politica: nel mirino finirebbero le province e gli stipendi dei parlamentari, mentre per gli statali si prospetta un'ulteriore cura dimagrante che potrebbe interessare anche le retribuzioni, oltre al rafforzamento del blocco del turn over.

Una volta definita la nuova rete di sicurezza sui conti pubblici, la vera scommessa la si giocherà sul terreno delle riforme strutturali per sostenere la crescita, da affidare prima di tutto a robusto piano di liberalizzazioni.

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