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Ecco i conti sul polo bancario. La spinta del governo per Mps  

Studierà i numeri. Pier Carlo Padoan ieri si è congedato dai banchieri venuti a trovarlo nei suoi uffici di Roma con un impegno per il weekend. Il ministro dell’Economia riaprirà i bilanci delle principali banche italiane per farsi una idea del profilo che potrebbe assumere la tornata di fusioni in esame in questi giorni.
A Padoan interessa un solo obiettivo: un’industria finanziaria meno frammentata, con meno doppioni, con due grandi banche (Intesa San Paolo e Unicredit) e magari due nuove banche medio-grandi nate dalle prossime fusioni e capaci di gestire tramite aggregazioni almeno parte quei 337 miliardi di crediti problematici che da anni debilitano l’intero sistema. Dal ministro ieri erano in visita Victor Massiah e Giuseppe Castagna, consiglieri delegati rispettivamente di Ubi Banca di Bergamo e della Banca popolare di Milano (Bpm). E ciò che Padoan deve aver notato è che alcuni degli obiettivi dei due banchieri, e dei loro pari grado in Italia, sono diversi dai suoi. Sono, per l’esattezza, simili a quelli dei manager delle banche di Wall Street durante le fusioni nel fuoco del crash del 2008: i banchieri non puntano solo all’efficienza del Paese o al massimo dei vantaggi per la loro azienda; ciascuno cerca anche di garantire il proprio ruolo.
È in questo labirinto di intenti diversi che Padoan dovrà orientarsi nei prossimi giorni. Sa che non ha poteri di coercizione su manager e azionisti privati, può solo esercitare pressioni politiche e psicologiche. Ed è cosciente che l’intesa da lui stesso raggiunta l’altra notte a Bruxelles su un ruolo dello Stato per aiutare le banche a cedere i loro crediti cattivi è, al meglio, un bicchiere pieno a metà. Quel patto è il massimo possibile oggi in Europa, ma inadeguato a riparare i bilanci degli istituti. Perciò Padoan si rifugerà in questi giorni nelle sole vere certezze, i dati di bilancio delle banche.
Questi raccontano che l’aggregazione allo studio fra Ubi, Bpm e Monte dei Paschi di Siena garantirebbe ciò che il governo oggi vuole al più presto: un porto sicuro per la banca toscana, terza in Italia per volume di impieghi di denaro, per dipendenti e numero di sportelli, ma prima per credito cattivo con oltre un quinto dei prestiti in difficoltà e ora anche colpita da un chiaro deflusso di depositi (anche se resta ben sopra ai minimi di liquidità consentiti). L’aggregazione a tre con Ubi e Bpm darebbe luogo a una banca grande, poco maneggevole e relativamente solida. Ubi è la quinta banca italiana per sportelli e solo l’11% dei suoi prestiti presenta problemi (sotto la media fra le grandi banche). Popolare Milano è settima in Italia per sportelli e ha crediti cattivi, in proporzione, per poco meno di Ubi. Una fusione fra le due con l’innesto successivo di Mps produrrebbe un’entità alla quale servirebbe molto lavoro prima di funzionare davvero. Debutterebbe con più sportelli del campione nazionale Intesa Sanpaolo (4.400 contro 4.300), ma con un volume di prestiti di meno della metà (230 miliardi contro i 474 di Intesa). La banca dovrebbe chiudere molte filiali e liberarsi di molto personale, una prospettiva quasi inevitabile nel settore del credito in Italia; in compenso, risolverebbe il problema della fragilità di Mps. L’ipotetica nuova azienda nata dalle tre avrebbe crediti in sofferenza pari al 69% del patrimonio netto, cioè della differenza fra attivi e debiti. In altri termini, Ubi-Bpm-Mps nascerebbe giusto al limite considerato accettabile per i crediti malati in bilancio.
I dati dicono però anche che questa non è la sola soluzione possibile. Magari neppure la più facile, vista l’ostilità di Castagna di Bpm a perdere influenza personale in un’azienda più grande. Sulla carta esistono aggregazioni diverse che potrebbero raggiungere lo stesso scopo — stabilizzare Mps — e ancorare altre banche in difficoltà, a partire dal Banco Popolare di Verona. Verona oggi è fragile: quasi un quinto (18%) dei suoi prestiti sono deteriorati, ma il tasso di copertura cautelativa di queste posizioni è più basso rispetto a Siena. Il Banco Popolare ha sofferenze quasi pari all’intero patrimonio netto — troppe — dunque ha bisogno di un matrimonio con una banca sana e non piccola per stabilizzarsi. L’ipotesi più diffusa è che Verona si fonda con Bpm, se solo si risolvessero i soliti personalismi fra manager. Ne nascerebbe una banca con 2.500 sportelli, la quarta d’Italia con 112 miliardi di crediti verso la clientela (l’8% dello stock nazionale) e crediti cattivi appena superiore a quanto è accettabile. Dopo un aumento di capitale non troppo pesante, il matrimonio potrebbe in teoria funzionare. Considerazioni simili valgono per una fusione a due fra Ubi e Mps: quasi gli stessi sportelli di Unicredit (3750), 200 miliardi di prestiti, e la prospettiva di un contenuto aumento di capitale per gestire i crediti inesigibili. Esiste poi un’altra ipotesi: un concambio azionario preliminare di Mps con le quattro «nuove banche» nate dal crac di Etruria, Marche, CariChieti e Carife; includendo poi anche Ubi, nascerebbe un’azienda sana con un patrimonio più robusto di Unicredit e terza in Italia per volumi di credito.
Comunque vada, una difficile mano di carte: oggi in Italia esistono pochi aggregatori dalle spalle larghe, ma molti istituti fragili da assorbire sul mercato uno dopo l’altro: Carige, Credito Valtellinese, Veneto Banca e Popolare di Vicenza saranno i prossimi. Sbagliare una mossa è vietato.
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