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«Ecco come Snam potrà crescere con Cassa depositi»

La Cassa depositi e prestiti (Cdp) sarà probabilmente chiamata ad acquisire il 30% di Snam, la holding dell’Eni che possiede la dorsale dei metanodotti, il dispacciamento, lo stoccaggio e la distribuzione del gas naturale. Sottraendo all’Eni il controllo azionario di queste infrastrutture, il governo Monti punta ad aumentare la concorrenza. Ma suscita pareri discordi l’intervento della Cdp, una quasi banca con 260 miliardi di raccolta (principalmente attraverso Poste italiane), controllata al 70% dal ministero dell’Economia e per il resto da 65 fondazioni bancarie. Ne parliamo con l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, 50 anni, ufficiale dei carabinieri in gioventù, passato professionale in Mittel, Intesa e JpMorgan.
Dottor Gorno Tempini, non sarebbe meglio se l’Eni mettesse all’asta tutta la sua quota di Snam?
«In genere, la gara è una procedura legittima e trasparente. Nel caso di un monopolio naturale, strategico per la politica energetica del Paese, il legislatore intende conservare il controllo di Snam in mani pubbliche. Come già fece quando la rete elettrica ad altissima tensione venne intestata a Terna separata dall’Enel. Lo trovo ragionevole sia perché il controllo pubblico assicura la neutralità del gestore dell’infrastruttura rispetto agli operatori, sia perché il controllo pubblico può aiutare meglio di altri assetti, più inclini a spremere valore nel breve periodo, una gestione finanziaria della rete subordinata allo sviluppo industriale».
Sviluppo? Uno Stato senza soldi può diventare avido quanto un fondo di private equity.
«L’esperienza felice di Terna, che ha investito e remunerato il capitale conquistandosi la fiducia dei mercati, relega questa possibilità nel campo della teoria».
Con Cdp al 30% e una platea di soci frazionata, Snam sarebbe rinazionalizzata, scrive il «Financial Times».
«Critica infondata. Oggi Snam è posseduta al 52% dall’Eni, che a sua volta è controllato per il 26% da noi e per il 4% dal ministero dell’Economia. A operazione conclusa, le azioni Snam sul mercato saranno assai più numerose di oggi…».
Ci si attende che l’Eni annulli le azioni proprie che ha in portafoglio, circa il 9,6%, così da consentire all’accoppiata ministero dell’Economia-Cdp di salire dal 30,2 al 33,4% dell’Eni medesimo. Cdp potrebbe così vendere il 3,4% dell’Eni e comprare azioni Snam. Cdp restituirebbe poi a Snam il gasdotto Tag, che l’Eni aveva dovuto cedere, spinto dalla Ue, perché aveva la Snam. L’Eni potrebbe infine pagare dividendi a Cdp in azioni Snam. E il passaggio sarebbe fatto.
«Non commento in alcun modo le indiscrezioni. Non è ancora stato varato il decreto della presidenza del consiglio dei ministri e i consigli di amministrazione non sono ancora stati coinvolti. A suo tempo la trasparenza sarà assoluta».
La Cdp principale azionista di Eni e Snam. Non c’è un conflitto d’interessi?
«Intanto l’operazione sana una situazione che per l’Antitrust era incompatibile: il controllo di Snam in capo all’Eni. Sono fiducioso che Cdp possa avere il via libera dell’Authority, anche sulla base di un precedente: Cdp è già stata autorizzata dall’Antitrust a prendere il Tag. Inoltre, Cdp non ha rappresentanti nel consiglio dell’Eni».
Il 30% di Snam costa 3,5 miliardi di euro. Non sarebbe meglio se Cdp li destinasse al sostegno dell’economia?
«Al momento posso solo dire che l’impatto di cassa a regime sarà neutrale per Cdp. Non un euro verrà sottratto al finanziamento delle infrastrutture e delle piccole e medie imprese. Ma vorrei non si dimenticasse quanto Cdp ha già fatto. Nel 2008, Cdp destinava a questi finanziamenti meno di 5 miliardi. Nel 2013, alla fine del mio mandato, sarà a 40 miliardi. Senza contare altri 6 miliardi messi a disposizione del Fondo strategico, del social housing e degli altri fondi specializzati, che entrano nel capitale delle imprese grandi, medie e piccole e aiutano le infrastrutture».
Un nuovo Iri, si dice. Una dea Kalì dalle mille braccia, magari legate alla politica.
«Immagini di maniera, oggi riprese per giustificare richieste di usi estemporanei e distorsivi del risparmio postale. Che, tengo a sottolineare, è denaro privato e non pubblico, benché molti se lo dimentichino. Lungi dall’essere un’anomalia, Cdp si inserisce nella grande tradizione europea della Caisse des Dépots francese e della KfW, che sostenne la costruzione della Germania postbellica e ora soccorre durante la crisi. A Berlino e a Parigi nessuno si sogna di mettere in discussione Cdc e Kfw, peraltro interamente pubbliche».
Cdp ha in casa le fondazioni bancarie.
«E ne è felice. Il loro è un apporto costruttivo, tipico dell’azionista di lungo periodo».
Lo Stato potrebbe scendere dal 70 al 50,1% di Cdp varando un aumento di capitale che ne aumenti la potenza di fuoco.
«L’azionariato di Cdp non è materia dell’amministratore delegato. Certo, le società e i fondi del sistema Cdp stanno aprendo spazi nuovi per investitori istituzionali italiani ed esteri».
Come il fondo sovrano del Qatar?
«È prematuro entrare in questi aspetti».
Ma non sarebbe meglio se fosse Terna ad acquisire Snam con le risorse sue?
«Questa ipotesi non è mai stata portata al consiglio di Cdp, che è azionista al 29,9% di Terna e la consolida nel proprio bilancio, né a quello di Terna. Né Terna né Snam la considerano nei loro piani industriali, approvati un mese fa».
Perché sarebbe meglio una Snam in Cdp anziché in Terna?
«Cdp ritiene che Terna debba investire nel suo core business. Ha già un piano di 6 miliardi in tre anni…».
Terna potrebbe finanziare l’operazione dando in garanzia a fondi specializzati parte della rete elettrica.
«Non sono così convinto che la legge consenta di trasferire la proprietà della rete e conservarne la gestione».
Mere idee di banche a caccia di commissioni?
«Ho lavorato anch’io in banca. Capisco tutti. Ma Cdp deve avvertire che sarebbe imprudente appesantire il debito, comunque costruito, per un’acquisizione sostanzialmente finanziaria. Avremmo una Terna sotto stress, tesa nei rapporti tariffari con l’Autorità e focalizzata sul rientro del debito. Un tale azionista non sarebbe adatto per Snam che deve fare almeno 7 miliardi di investimenti, e forse più perché, con lo shale gas, il mondo sta cambiando. Cdp può essere per Snam un azionista migliore».
Perché?
«Intanto, Cdp ha circa 3 miliardi di free capital. Anche se formalmente non è una banca, segue i principi contabili di Basilea 3 e ha un core tier 1 attorno al 30%. Un record in Europa. E il sistema Cdp può attrarre altri capitali privati».
Alcune banche ipotizzano risparmi per 100 milioni con una fusione Snam-Terna.
«Il giorno che avesse entrambe le partecipazioni, Cdp analizzerebbe con cura queste sinergie, ascoltando entrambi i management. E verificando la compatibilità delle culture aziendali, frutto di storie diverse: da una parte il corpo degli ingegneri dell’Enel, dall’altra gli ex partigiani di Mattei che posavano i tubi nottetempo per aggirare le resistenze dei sindaci…».
Nel Regno Unito, le reti energetiche sono riunite con successo in National Grid.
«L’obiettivo reale, l’espansione di National Grid all’estero, è però rimasto sulla carta. Non a caso, nessun altro grande Paese ha seguito Londra. Le reti italiane si connettono idealmente con quelle europee. L’operazione Snam va fatta in una logica di politica industriale e di accordi europei. Gonfiarsi in patria non aiuta a far conquiste, quando l’ultima parola spetta comunque ai governi».

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