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È tempo di chiedere: servono 1,5 miliardi

Un miliardo e mezzo di euro. Tanto si apprestano a chiedere alcune banche popolari ai loro soci-azionisti. Le operazioni di aumento di capitale riguardano la Popolare di Milano che il 22 giugno chiederà 500 milioni, la Popolare di Vicenza che, con tre distinte operazioni, arriverà a quota 606 milioni, a cui si aggiungono i cento milioni della Popolare dell’Etruria e del Lazio.
Il panorama si completa con i 250 milioni della Banca delle Marche — che non è una popolare ma l’evoluzione di alcune casse di risparmio locali, molto radicate sul territorio — mentre resta un’incognita sul Credito Valtellinese, non fosse altro perché a breve scadranno i 200 milioni di Tremonti bond che andrebbero rimborsati per non appesantire l’onere del prestito. L’assemblea di sabato a Morbegno, ordinaria e straordinaria, dovrà rinfrescare lo statuto e rinnovare i vertici societari, con Giovanni De Censi candidato a rinnovare se stesso, oltreché approvare un esercizio chiuso in perdita per 322 milioni. Laterale all’assemblea del Creval vi è anche l’indagine che coinvolge la partecipata Popolare di Cividale. L’istituto friulano ha visto il direttore generale Luciano Di Bernardo, dimessosi l’11 aprile, finire agli arresti domiciliari con l’accusa di estorsione.
Sabato prossimo sarà una giornata calda per i soci del credito mutualistico, chiamati a mettere mano al portafoglio per sostenere la banca di casa, in alcuni casi in difficoltà per prestiti del passato (PopMilano sabato voterà il bilancio, chiuso con 430 milioni di perdita, e a giugno si pronuncerà sulla trasformazione in Spa e sull’aumento per rimborsare i Tremonti bond), mentre altre devono fare i conti con fattori diversi: dalla modesta capitalizzazione a gestioni superficiali di cui oggi si pensa di chiedere conto anche davanti al giudice. Si riunisce anche Pop Sondrio, per approvare il bilancio (utile di 34 milioni) e rinnovare cinque amministratori per un triennio. Per tutte, una cosa appare chiara: non esiste una biodiversità collegabile all’essere cooperativa.
Popolare di Vicenza
La necessità di nuovo capitale era prevista. Non la quantità. La Popolare di Vicenza sabato prossimo rinnoverà i propri vertici. Unico candidato alla presidenza è Gianni Zonin, il presidente uscente che ha trasformato la banca in un player multiregionale. Dopo i voli del passato (Bnl, Mediobanca), la popolare berica è tornata a fare quello che sa far meglio: affiancare le produzioni del proprio territorio, anche sulla via dell’export. Zonin e il management guidato da Samuele Sorato si presentano forti del bilancio 2012, chiuso in crescita: l’utile ha superato i 100 milioni di euro (+6,5%), però i soci dovranno fare i conti con la solidità del gruppo e i crediti deteriorati che — anche in quel Nordest che era la locomotiva d’Italia — aumentano con ritmi preoccupanti (216 milioni dopo i 159 milioni del 2011). Così, sebbene la popolare berica sfrutti il vantaggio che deriva dal non essere quotata — l’ipotetica «capitalizzazione» di Pop Vicenza si aggira sui 5 miliardi di euro, il doppio di Ubi, il triplo del Banco Popolare e di Bpm, cinque volte Carige, appena un quarto di Intesa e Unicredit… — la necessità di nuovo capitale, come ha sottolineato la Banca d’Italia, non può essere ignorata. Quindi, 100 milioni arriveranno dai nuovi soci, 253 da un prestito convertibile, altrettanti dall’aumento vero e proprio per portare il Core tier 1 oltre il 9 per cento.
Banca Etruria
Sulla via di una maggiore solidità patrimoniale cammina anche Banca Etruria. Dopo aver convertito in azioni, a dicembre, il prestito obbligazionario per 100 milioni, altrettanti ne arriveranno dal prossimo aumento di capitale appena deliberato. I coefficienti patrimoniali parlano chiaro. Alla fine del 2012 la banca aretina — 65 mila soci — aveva un indicatore Core tier 1 pari a 6,58 per cento, insufficiente rispetto ai parametri di Basilea 3. Dopo l’aumento il rapporto raggiungerà il 7,6 per cento. Il 2012 è stato l’anno nero per la banca guidata dal direttore generale Luca Bronchi e presieduta da Giuseppe Fornasari: 202 milioni di perdita, anche per la necessità, suggerita da Banca d’Italia, di coprire meglio i crediti deteriorati. Nei piani del management il 2013 sarà l’anno della ripartenza, ma per ora bisogna mettere mano al portafoglio.
Banca delle Marche
Le gestioni passate — presidente Michele Ambrosini, direttore generale Massimo Bianconi — hanno sofferto la crisi delle aziende del territorio e forse qualcosa di più, visto che martedì 30 aprile i soci che si riuniranno a Jesi in assemblea saranno anche chiamati, su proposta della Fondazione Cr Macerata, a votare un’azione di responsabilità nei confronti dell’intero consiglio di amministrazione e del collegio sindacale in carica nel 2011, nonché dell’allora direttore generale Bianconi. Il bilancio dell’ultimo esercizio presenta un risultato netto di gruppo in perdita per 526 milioni di euro, rispetto ai 134 milioni di utile registrati l’anno precedente. Banca d’Italia ha imposto pulizia nei bilanci, ma è stato l’arrivo in consiglio di amministrazione di Francesco Cesarini e di Giuseppe Grassano a permettere di fare luce sul passato e sulle immediate necessità dell’istituto. La parola passa ai soci, attesi — dopo l’aumento da 212,5 milioni dell’anno scorso — da una nuova operazione per 250 milioni. Nelle Marche è il momento della discontinuità e per taluni il prossimo aumento di capitale potrebbe essere l’occasione per redistribuire i pesi in seno all’azionariato, non escludendo l’entrata di nuovi soci.

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