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È sempre Mark il «bello» della diretta

C’era una volta la guida tv. E l’appuntamento settimanale, stesso giorno stessa ora, per guardare il telefilm preferito. Ora tutto è disponibile sempre, basta guardare il successo dei servizi di streaming on demand. Ma è lo streaming tout court, ormai, che la fa da padrone: il flusso di dati che arriva in diretta, che ci connette a ciò che sta succedendo nello stesso istante, piace sempre di più. Niente di strano, visto che è proprio questa disponibilità immediata di ciò che gli utenti cercano ad essere una delle (tante) chiavi di successo di Internet in generale e dei social media in particolare. Abituati ad avere a disposizione tutto ciò che cerchiamo, ora vogliamo anche dispositivi che ci permettano di fruire di questi contenuti al meglio.
Secondo una ricerca della società di analisi Business Insider Intelligence, la diffusione dei dispositivi che permettono agli utenti di accedere con facilità allo streaming aumenterà ad un tasso costante del 10% annuale nei prossimi cinque anni. Così, i 200 milioni di dispositivi del 2014 diventeranno 240 entro la fine dell’anno per salire a 382 alla fine del 2021. La parte del leone la faranno le smart tv, mentre resterà costante la diffusione di console per videogame. Il vero boom sarà quello dei caschi per la realtà virtuale, strumento sul quale hanno puntato diversi big da Facebook a Google passando per Samsung.
Il fattor comune
Ma, dispositivi ad hoc a parte, lo streaming sta entrando sempre di più nelle nostre vite anche attraverso servizi tradizionali che hanno puntato sulla nuova tendenza per reinventarsi. Lo streaming è stato il punto di svolta di Netflix, azienda americana nata nel 1997 come catena di noleggio di dvd. Il vero punto di svolta, che le ha permesso di uscire dai confini nazionali ed imporsi nel mondo intero, ha la data del 2008: la società è ripartita da zero puntando sullo streaming online on demand. Mentre la rivale Blockbuster finiva gambe all’aria a causa di Internet, Netflix cavalcava l’onda del web anticipandone le tendenze.
E’ forse la svolta nella quale sperava anche Twitter, quando l’hanno scorso ha lanciato il servizio Periscope. Un’applicazione collegata all’account sul social a 140 caratteri che permette di realizzare video in streaming visibili da chi è connesso al servizio con la possibilità, per chi guarda, di inviare messaggi in tempo reale a chi sta inviando il video. Lo strumento offre agli iscritti al social la possibilità di mostrare ciò che stanno vedendo in diretta e per Twitter è stato anche un ritorno alle origini, quando i cinguettii a 140 caratteri erano utilizzati dai manifestanti della Primavera araba per raccontare cosa stava succedendo nelle piazze della rivoluzione e coordinarsi fra loro. Peccato che il social abbia un grosso limite: il numero degli utenti, ancora fermo sotto la barra dei 400 milioni. Così, anche se ha un anno di anticipo, Periscope rischia di venire messo nell’angolo da Live, l’analogo servizio appena lanciato da Facebook.
La storia
La prima versione, riservata ai vip, era stata inaugurata a metà 2015. Ma pochi mesi dopo Mark Zuckerberg aveva anticipato l’apertura a tutti gli account, disponibile da pochi giorni. Il servizio è molto simile a quello offerto da Twitter con Periscope, ma c’è una differenza e riguarda i numeri: Facebook, forte del suo miliardo e 600 milioni di utenti, promette un bacino di potenziali osservatori alle dirette streaming ben più consistente. Ma per Facebook, Live è solo uno delle diverse strada da percorrere nella via verso lo streaming.
Un altro strumento da sfruttare, ben più importante, è il casco per la realtà virtuale Oculus Vr. Non a caso Zuckerberg ha stretto un accordo con Netflix per la diffusione dello streaming offerto dalla tv attraverso il suo dispositivo per la realtà virtuale. Insomma, in qualunque modo vorremmo fruire dei servizi di streaming il fondatore e ceo di Facebook è pronto: che sia in forma light attraverso i social o in modo più completo attraverso la tv, lui è in prima fila per offrirci la possibilità di farlo. Anche se è proprio questo sua onnipresenza a spaventare i potenziali utenti, a giudicare dalle polemiche sulla foto scattata durante il Mobile World Congress di Barcellona in cui passeggiava sorridente tra schiere di persone ignare della sua presenza perché immerse (o forse sarebbe meglio dire «imprigionate») nella realtà virtuale.

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