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È scontro, filotedeschi contro gli acquisti ma Draghi da gennaio andrà avanti

Il treno di Mario Draghi è partito e ormai difficilmente si fermerà prima di arrivare a destinazione. Non lo farà neanche se qualcuno a bordo continua a contestare il macchinista. È stata tutt’altro che semplice la riunione del consiglio direttivo della Bce, secondo alcuni. Secondo altri è di nuovo deflagrata in pieno la contrapposizione fra lo stesso Draghi, presidente della Banca centrale europea, e quello della Bundesbank Jens Weidmann.

Sull’esito però ognuno dei banchieri centrali che ieri hanno discusso nella nuova sede della Bce alla Grossmarkhalle, sul Meno, ormai ha pochi dubbi. L’acquisto su scala massiccia di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea appare sempre più inevitabile. E vicino nel tempo, per la verità: può andare ai voti del consiglio dei governatori già il 22 gennaio prossimo, se la trama della deflazione in Europa continuerà a dipanarsi come sta facendo. Ieri Draghi stesso ha ricordato che dallo scorso giugno il prezzo del petrolio è caduto del 30% per gli europei, malgrado l’impennata del dollaro. Si alleggerirà la bolletta energetica per grandi importatori come la Germania, l’Italia o la Spagna, e ciò non può che favorire un po’ di ripresa. Nel frattempo però il vuoto d’aria nelle quotazioni dell’energia cancellerà fin da subito il minimo d’inflazione che resta in Europa: la stessa Bce ormai teme che fra dicembre e gennaio la dinamica dei prezzi in area-euro scivoli sottozero, dunque i tempi per contrastare la deflazione si faranno sempre più stretti.
La Bce è stata creata nel 1998 per garantire la stabilità dei prezzi, non per permettere che questi si avvitino fino ad aumentare sempre di più il peso degli interessi sui debitori. «Non perseguire il nostro mandato sarebbe illegale», ha tagliato corto ieri Draghi nella conferenza stampa seguita al consiglio. Non tutti concordano sul come riuscirci. Nella riunione di ieri, hanno preso le distanze da Draghi sei o sette banchieri centrali sui ventiquattro dell’organismo decisionale di Francoforte. Attorno a Weidmann sono schierati con ogni probabilità Sabine Lautenschlaeger, esponente tedesco nell’esecutivo della Bce, il governatore olandese Klaas Knot, i governatori di Lussemburgo, Estonia e Lettonia e il lussemburghese dell’esecutivo di Francoforte, Yves Mersch. Meno chiusa sarebbe la posizione del governatore austriaco Ewald Nowotny, mentre il finlandese Erkki Liikanen è ormai pronto a votare con Draghi e con la gran parte 24 dei componenti del vertice della Bce.
La minoranza guidata da Weidmann non è legalmente in grado di bloccare il lancio di un piano di acquisti di titoli di Stato per circa 500 miliardi di euro. E la maggioranza ora ha più di una ragione per pensare di muovere il prossimo passo già il 22 gennaio prossimo. Non c’è solo il brusco gradino al ribasso dei prezzi legato al petrolio, che intorno a Capodanno produrrà la stima d’inflazione più preoccupante di sempre. Pochi giorni più tardi, forse già il 12 gennaio, è attesa una sentenza decisiva della Corte di giustizia europea. Riguarderà la legalità stessa della svolta che ha arginato la crisi nel 2012: allora Draghi creò un programma di acquisti di titoli dei Paesi in crisi da parte della Bce, condizionato all’intervento della Troika. Quel piano non è mai stato attivato, ma da allora il semplice fatto che esista ha sedato i mercati. Ora i giudici del Lussemburgo daranno con ogni probabilità il loro via libera, ma la partita non è chiusa per questo: a quel punto la Corte di giustizia tedesca da Karlsruhe minaccia di ingiungere alla Bundesbank di non partecipare a quel programma. Senza l’apporto dell’azionista di maggioranza — la Germania — la rete di sicurezza stesa dalla Bce sotto l’euro nel 2012 rischia tradire qualche buco di troppo.
È anche per questo che per Draghi e la maggioranza dell’Eurotower ormai il tempo stringe. Il presidente italiano sembra ormai deciso a tenere in Germania una linea ferma e prevedibile, segnalando le sue scelte fino a rendere inaccettabile il costo di una marcia indietro. Lo si è visto in queste ore. Quando il mercato ha capito che Draghi non avrebbe lanciato i nuovi acquisti di titoli già da ieri, l’euro è risalito sul dollaro e per poche ore i titoli bancari hanno oscillato paurosamente. A Piazza Affari Unicredit, Mps, Ubi e il Banco Popolare — istituti che insieme hanno accumulato titoli di Stato italiani per centinaia di miliardi — sono arrivati a perdere per qualche minuto oltre il 4%.
Nel frattempo, Draghi viene messo sotto accusa in Germania con un ogni sorta di argomenti: vorrebbe far pagare ai tedeschi le eventuali perdite future di un default italiano, immagazzinando il debito di Roma all’Eurotower; esproprierebbe i risparmiatori con tassi troppo bassi; alimenterebbe una bolla immobiliare che colpisce le giovani famiglie tedesche. Non è chiaro però che le grandi imprese in Germania siano altrettanto ostili. La lunga caduta dello yen, alimentata dalla Banca del Giappone, crea una minaccia imminente per l’industria tedesca: i due Paesi competono sulle auto di lusso o sui grandi sistemi industriali, ma solo Tokyo per ora può contare sui frutti di una svalutazione competitiva. Una svolta della Bce che permetta al made in Germany di correre ad armi pari, in fondo, potrebbe non risultare così indigesta a Berlino.
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