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E Renzi offre un patto alle banche

«Le banche non sono fatte per pagare gli stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile, ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo il pubblico». Ed è a questa massima di Luigi Einaudi che sembra ispirarsi il governo con il suo blitz per riformare le banche popolari. Il ministro Padoan è convinto che bisogna dare una spinta alla ripresa e dunque che il credito – quello delle Popolari come delle altre banche debba affluire a famiglie e imprese senza intoppi, specie ora che si è mossa la Bce. Il premier Renzi è pronto a ricorrere alla fiducia per cambiare un modello di banca «molto legato a interessi territoriali», che ha «combinato pasticci» perché basato su «reticolati di amicizie».
Si dice che, nelle ultime settimane, ci siano stati molti contatti tra il governo e il presidente della Bce, Mario Draghi. E non stupisce perché il banchiere è contrario alla «rigidità del voto capitario»e all’«autoreferenzialità del management» fin dal suo esordio in Banca d’Italia, quando prese il posto di Fazio, caduto proprio per effetto dei pasticci combinati dalla Popolare di Lodi. Senza contare che, da poco, la vigilanza bancaria, italiana e di tutti i paesi euro, è passata sotto le ali della Bce e dunque è importante per lui che siano rispettati ovunque criteri e ratios di capitale precisi, profili di rischio ben determinati. Allo stesso modo Padoan è convinto che le Popolari, in virtù di una governance che riconosca agli azionisti capacità di intervento, possano far meglio il loro mestiere che è quello di prestare soldi all’economia. Più in generale il ministro ha in testa un disegno globale per riorganizzare il mondo del credito che passa pure per la creazione di una bad bank, assai cara ai banchieri. I più critici ipotizzano addirittura una sorta di scambio: bad bank contro più credito. Chissà. Sicuro Padoan è convinto che l’opinione pubblica sia in grado di capire che se le banche funzionano meglio, fanno più credito alle imprese e aiutano a creare posti di lavoro. Proprio la riorganizzazione del settore ha illustrato ieri a Bruxelles ai membri della Commissione Juncker: la questione delle sofferenze bancarie e delle varie opzioni sul tavolo del governo per risolvere questo problema è infatti strettamente collegata al problema degli aiuti di Stato su cui vigilano gli uffici della Ue.
Anche il governatore Visco vuole riformare le Popolari, eliminando alla radice i tanti episodi di «mala gestio » e miglorando la governance. Anche lui vuole un sistema bancario complessivamente solido, efficiente e trasparente, capace di sostenere la ripresa e far uscire il paese da quella che chiama la «spirale negativa» fatta appunto di credito scarso e recessione. L’efficienza del sistema gli sta a cuore a maggior ragione oggi che la Bce ha messo a disposizione un mare di risorse, indispensabili per riattivare il credito e uscire dal tunnel. Nel week end, al congresso del Forex, il governatore dovrebbe rendere nota una prima stima sugli effetti benefici del quantitative easing per la crescita.
Ecco, è in questo contesto che nasce e si sviluppa la riforma delle Popolari, di cui peraltro si parla da decenni, ma che oggi si configura come un primo step per il riassetto globale del sistema creditizio. Le resistenze al progetto non si contano: Critiche trasversali in Parlamento, no dei sindacati e perfino un triunvirato di saggi che studia una autoriforma. Ci sono anche accertamenti Consob su rastrellamenti sospetti di titoli in Borsa. Non mancano quesiti di costituzionalità del decreto. Una strada in salita, sembrerebbe. Ma Renzi tira dritto e bacchetta ì banchieri: siete «troppi» e «i rubinetti del credito ancora col contagocce».
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