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È pericoloso tagliare gli uffici

L’Associazione nazionale giudici di pace condivide le linee riformatrici e soprattutto le finalità che hanno ispirato il decreto legislativo 156/2012 di revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ossia «realizzare il recupero di risorse organiche, economiche e strumentali necessarie a garantire una maggiore efficienza e funzionalità dell’intero sistema giustizia».

Trattasi di un intervento determinato, certo, da necessità contingenti quale la grave crisi economica, ma rimane sempre un intervento coraggioso e possiamo dire epocale in quanto teso a superare i criteri di riordino propri della legge Rattazzi del 1875 per intervenire in modo incisivo a una riorganizzazione degli uffici giudiziari nel senso di una riduzione degli stessi alla luce della mutata realtà economico e sociale e in quanto tale va salutato con favore.

L’Associazione nazionale giudici di pace, però, non può non rilevare (e lo ha fatto nelle varie audizioni che si sono tenute presso le commissioni Giustizia del senato e della camera in sede di formulazione in sede consultiva, non vincolante, del parere sullo schema del decreto legislativo predisposto dal governo) quelle che sono le gravi criticità di tale provvedimento, sollecitando un intervento normativo e a livello governativo sul punto.

Il presidente dell’associazione Vincenzo Crasto è stato particolarmente incisivo, sottolineando che la prima criticità è data soprattutto dalle modalità con cui si è proceduto all’individuazione degli uffici da sopprimere in quanto da un lato non vi è coerenza con gli stessi parametri ministeriali descritti nella relazione illustrativa allo schema di decreto legislativo e dall’altro si è valorizzato in modo pressoché esclusivo il requisito della riduzione dei costi rispetto alla valutazione effettiva dei carichi di lavoro.

È prevista, ad esempio, la chiusura dell’ufficio del giudice di pace di Cesena, nonostante la popolazione residente dell’intero comprensorio sia ben oltre i 100 mila abitanti (come del resto rilevato dall’On.

Cavallaro in sede di discussione del parere di cui è stato relatore).

Oltre a queste contraddizioni non si può non rilevare, nella fase d’individuazione degli uffici da sopprimere, il mancato rispetto dei criteri e principi direttivi di cui alla lettera b) dell’articolo 1 della Legge delega n. 148/11 (come del resto ribadito nei pareri delle commissioni Giustizia del senato e della camera e rilevato dal parere del Consiglio superiore della magistratura del 19 aprile 2012) in favore dell’unico criterio della riduzione della spesa.

Si sottovaluta l’esiziale impatto che avrebbe la soppressione dei presidi giudiziari in quei territori dove è più presente il fenomeno della criminalità organizzata.

Il giudice di pace tratta quelle materie che interessano più direttamente cittadini quali le cause quindi civili fino a 5 mila euro e le controversie in materia di penale per lesioni, minacce, danneggiamento e ingiurie. La competenza penale del giudice di pace, pur non interessando questioni che riguardano direttamente forme di criminalità, rappresenta una risposta immediata a una situazione di illegalità rafforzando non solo la percezione della presenza dello stato ma anche l’effettiva risposta dell’ordinamento a quelle tipologie di reati che investono la quotidianità dei cittadini. L’aspetto della presenza di forme di criminalità investe anche e soprattutto le piccole questioni di natura civile, che interessano le famiglie, i piccoli imprenditori, i commercianti e gli artigiani. La criminalità organizzata è come una malattia che infetta un corpo sano e che tende a estendersi, la cui forza si accentua proprio nel momento in cui viene accettata, a volte con rassegnazione, nella quotidianità, dal tessuto sociale che va a colpire.

Nel momento in cui sopprimiamo l’ufficio giudice di pace e togliamo così l’ultimo presidio di giustizia, a chi si rivolgerà il cittadino in quei distretti in cui, per raggiungere il prossimo ufficio dovrà attraversare quasi interamente la propria regione (come accade ad esempio in Sardegna), con conseguenti consti non giustificati dal valore della sua pretesa?

A fronte di una giustizia che è lontana da raggiungere, di costi elevati da sostenere, aumenta il rischio che la criminalità organizzata intervenga a gestire proprio quelle controversie che investono i cittadini, in un regime di scambio di favori, e ramificarsi ancora di più in un tessuto sociale già ammalato.

Non possiamo commettere l’errore di abbandonare parti del territorio dello stato a beneficio di organizzazioni criminali e favorire così questa ramificazione all’interno della società civile, per la mancata presenza di un presidio giudiziario sul posto.

Su questi aspetti è necessario un serio ripensamento e una rivalutazione di alcuni uffici destinati alla soppressione nel senso del mantenimento degli stessi.

Ulteriore elemento che necessita di un intervento correttivo da parte del legislatore è la scelta affidare ai Comuni di esercitare la facoltà di mantenere gli uffici giudiziari a loro spese. In questo modo, sostanzialmente, si mettono all’asta le sedi giudiziarie consentendone il mantenimento agli enti territoriali che le possono «comprare», mi si consenta l’espressione. Questo comporta che vi saranno realtà in cui i comuni per situazioni dovute a mancanza di fondi o presenza di vincoli al patto di stabilità, come recentemente chiarito dalla Corte dei Conti sezione Lombardia, non potranno «comprarsi» l’ufficio giudiziario, nonostante necessità di un presidio di giustizia per ragioni di tutela della legalità o per l’operare di realtà economiche che giustificano la presenza di un magistrato sul posto.

Sul punto si richiama quanto lucidamente espresso nel parere della commissione Giustizia del senato che esprime una chiara riserva sul punto in quanto «l’esercizio della giurisdizione, in quanto funzione essenziale per garantire la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, non può essere subordinata solo alle disponibilità finanziarie o alla volontà politica degli enti territoriali, dovendo soprattutto rispondere a logiche e principi di sistema e di tutela della legalità».

Il sistema che viene delineato dal decreto legislativo è inoltre eccentrico rispetto a quello definito dalla Carta costituzionale, che al comma 3 dell’articolo 116 affida sulla materia dell’organizzazione della Giustizia di pace, una competenza concorrente facoltativa alle regioni. La Regione è, infatti, l’unico ente che può avere una visione più ampia dell’intero territorio e operare valutazioni svincolate da contingenti esigenze di carattere puramente economico e quindi contribuire a un’organizzazione degli uffici del territorio che superi l’assetto designato dalla legge Rattazzi espressione di una realtà economico e sociale di fine Ottocento, tutt’oggi sostanzialmente non alterato.

Ulteriore aspetto che ogni anno registriamo in negativo è che a ormai vent’anni dall’istituzione della figura del giudice di pace la sospirata riforma della magistratura onoraria ancora non vede la luce. Non si può giustificare la situazione attuale del giudice di pace, magistrato delle Repubblica, per il quale non è prevista alcuna prerogativa a tutela dell’autonomia della funzione. Per il giudice di Pace è previsto un sistema di retribuzione che oltre a essere gravemente lesivo dell’onorabilità della funzione è altrettanto lesivo del principio dell’autonomia nella stessa. Inoltre è un giudice la cui prosecuzione nelle funzioni dipende da una proroga annuale determinata dalla volontà politica e governativa.

Tale sistema non ha visto cambiamenti nonostante le astensioni e gli interventi della magistratura di pace associata. La nostra azione non è pertanto volta unitamente a tutelare la categoria dei giudici di Pace ma soprattutto a garantire il principio superiore dell’autonomia della magistratura.

Tale principio non costituisce un privilegio della persona del magistrato ma è una prerogativa di uno stato di diritto perché solo tutelando e affermando l’indipendenza e l’autonomia della magistratura si può garantire quello che il principio fondamentale di uno stato democratico ossia l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge.

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