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E ora per la Cassazione spiare gli sms del partner è come fare una rapina

ERA un peccato, adesso è anche un reato. Pasquale C., di Barletta, 24 anni, è stato condannato a due anni e due mesi per violazione del cellulare della sua ex. La Cassazione ha deciso infatti che mettere le mani su un telefonino altrui, leggere i messaggi, spulciare le telefonate, o peggio ancora, nel caso che le mani si posino su uno smartphone, accedere a tutto lo scibile digitale del proprietario o proprietaria — mail, appunti, fotografie, registrazioni telefoniche — è un delitto di rapina bello e buono. Inoltre la Cassazione — con il verdetto 11467 della Seconda sezione penale, depositato ieri — ricorda che «l’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’articolo 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione».

Per la Suprema Corte, «la libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine» e nessuno può avanzare «la pretesa» di «perquisire» i cellulari altrui, soprattutto delle ex e degli ex, per cercare “prove” di nuove o preesistenti relazioni. Evviva, giustissimo! Ma la questione è che nessuna persona sana di mente avanza davvero “la pretesa”. O pensa che sia legittimo quel grufolare da maiali nel segreti altrui, o pretende un’autorizzazione a farlo. Non ci sono attenuanti per il peccato di leso telefonino, lo sappiamo e non le cerchiamo. Tranne una: trattasi di tentazione irresistibile! Ogni telefonino abbandonato sul tavolo pulsa, sembra star lì nell’attesa che qualcuno, tu, lo rianimi. Spesso senza neanche uno scopo preciso. Ti vien voglia di giocherellarci, come fai col tuo. Magari neanche li leggeresti i messaggi, e alle foto daresti un’occhiata di sfuggita (di solito si tratta di cani, bambini, o paesaggi, tutta roba che non vale niente sul mercato della curiosità), però devi fare unno sforzo per non metterci le mani. Un sforzo minimo se si tratta di generici telefonini, uno sforzo enorme quando il telefono abbandonato appartiene alla persona di cui non ti fidi più. E quindi pensi che là dentro ci sia il segreto della tua infelicità e la formula per farla sparire. Pensi che quando saprai la verità, e la saprai semplicemente riuscendo a indovinare la maledetta password, la tua vita cambierà. Potrai giocare le tue carte, costringere lui o lei a confessare, ripartire felice su un terreno bonificato. Non è vero. Lo capirebbe anche un bambino ma non un uomo o una donna ubriacati dall’odore del sangue. Non è vero perché dentro i nostri cellulari c’è un mondo che spesso non corrisponde a niente, baci non dati, ami lanciati che non si sono agganciati. C’è tutta la nostra velleitaria mediocrità, divisa in frammenti che rimontati danno figure imcomprensibili persino a noi stessi. Così, quando ci vengono chieste spiegazioni su quei materiali che giacciono, spesso dimenticati, nelle nostre sim card, non riusciamo a darne. E non solo perché di fronte al tradimento è buona norma mentire, ma perché quell’uomo e quella donna che hanno scritto, fotografato, archiviato frasi o canzoni, sono degli altri noi. Più scemi, irresponsabili, che non abbiamo nessuna voglia di guardare in faccia, riconoscere e peggio ancora spiegare.
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