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E ora il design ha bisogno di un disegno (industriale)

L’Oscar della signorilità va al ceo del gruppo Boffi, Roberto Gavazzi, che in Triennale giovedi 9 settembre durante il convegno organizzato da Intesa Sanpaolo («L’industria italiana del mobile») ha ammesso: «Ad aprile molti di noi credevano poco alla scelta di organizzare il Supersalone a settembre. Devo dire invece che Maria Porro e Claudio Feltrin (rispettivamente presidente del salone e di Federlegno, ndr) non hanno mai dubitato. E oggi meritano un grande applauso». Ha aggiunto: «La nostra industria ha bisogno dell’elemento fisico. Toccare gli oggetti e vedere le persone».

Il Supersalone 2021 si è chiuso e si è rivelato un successo superiore alle previsioni degli stessi ottimisti, ha raccolto una «voglia di vita» largamente presente nella società milanese, ha tenuto assieme l’elemento pop con il canale business, ha ricucito le lacerazioni che si erano prodotte con le piccole e medie imprese e il gruppo dei cosiddetti «brianzoli» ovvero le aziende che avrebbero saltato volentieri un giro. Sottovalutando il contributo di sistema che Milano e la Fiera sanno dare al mobile italiano.Oltre le pagelle

Ma, come suggerisce implicitamente il riconoscimento di Gavazzi, fermarsi alle pagelle del dopo-match sarebbe riduttivo e provinciale: per tenere insieme il mondo dell’arredo-design e per motivare Milano si è condannati a pensare lungo e a darsi obiettivi sfidanti. L’errore peggiore sarebbe quello di adottare un modulo tipo «passato il salone, gabbato lo santo». Ovvero tornare nella preparazione del Salone 2022 sugli stessi passi, sugli stessi conflitti.

Detto questo, è apparso evidente come la ricucitura ideata da Stefano Boeri sia stata orientata al pragmatismo: una Pmi poteva esporre a Fiera Rho comprando anche un solo modulo espositivo spendendo di base meno di 20 mila euro; i big del settore di moduli ne hanno comprati di più (da tre a cinque), ma hanno abbinato la presenza nella vetrina fieristica con un’indiavolata attività di promozione e di networking centrata di fatto sugli showroom cittadini. In questo modo le esigenze degli uni e degli altri sono state rispettate e non sono venute in conflitto tra loro. Ma secondo il presidente Feltrin si è trattato di un’una tantum e ad aprile 2022 bisognerà tornare all’antico, agli stand tradizionali in Fiera con tanti prodotti. La penseranno tutti così? Oppure verranno di nuovo fuori le obiezioni di chi crede che sia meglio organizzare il Salone ogni due anni e centrare la comunicazione/esposizione dei prodotti proprio sugli showroom «come fanno quelli della moda»?Le scelte

Il suggerimento (implicito) che è venuto da Intesa Sanpaolo e dal suo chief economist Gregorio De Felice nel convegno di cui sopra è quello di spostare in avanti la riflessione e di concepire una vera politica industriale del settore, che certo veda nella manifestazione milanese un momento top, ma che non trascuri tutta un’altra serie di scelte non rinviabili. E significativamente le analisi di Intesa si vanno aggiungere al paper su «La filiera del legno-arredo e illuminazione» pubblicato dall’Area Studi di Mediobanca lo scorso giugno. Una dimostrazione dell’importanza del settore e dell’attenzione con la quale il mondo della finanza guarda all’evoluzione della straordinaria avventura del made in Italy.

Mancano pochi mesi alla chiusura dell’esercizio 2021 ma si può già dire che i risultati delle migliori aziende saranno più che lusinghieri, se non da record. Solo un esempio: la Kartell di Claudio Luti dovrebbe chiudere l’anno in corso a +30% di ricavi rispetto al 2019, ma anche nel drammatico 2020 del lockdown era riuscita a chiudere a +4% rispetto ai 12 mesi precedenti. Analizzando i dati di cui finora siamo in possesso, gennaio-giugno 2021, il fatturato dell’industria del mobile italiana è cresciuto del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2019. Hanno fatto meglio dell’Italia solo Danimarca +17% e Polonia + 15,7% (ma i due casi meritano un articolo a sé). A livello di bilancia commerciale l’arredo-design farà segnare a fine anno un avanzo delle esportazioni che dovrebbe superare gli 8 miliardi, «battendo così il record storico del 2001» come ha commentato De Felice. A trainare questi risultati sono state le imprese medio-grandi e i distretti (Forlì, Pordenone e Pesaro in testa).Gli investitori

Ma attenzione: è vero che il made in Italy ha saputo intercettare il nuovo amore per la casa che i nostri connazionali hanno sviluppato sotto pandemia, è altrettanto esatto dire che pure in tempi di restrizioni alla mobilità l’export è cresciuto, ma che il settore abbia bisogno di darsi una compiuta politica industriale non può essere negato da nessuno. A cominciare dalla dimensione d’impresa e dal rapporto con il private equity. Sempre Gavazzi nella stessa occasione ha riconosciuto come «l’aggregazione tra aziende è un processo necessario» e, aggiungiamo, mobilitare capitali è indispensabile per sostenere i processi di innovazione di prodotto e di processo nonché le politiche di sostenibilità. Il giudizio di Intesa Sanpaolo, infatti, è di «un ritardo» dell’industria italiana del mobile , nella digitalizzazione e, al tempo stesso, della necessità di accelerare gli investimenti in e-commerce. Così come bisognerà — suggerisce De Felice — pensare a nuove strategie di magazzino per porsi al riparo sia dei rincari (il legname nel 2021 aumenterà dell’87,7%!) sia dell’interruzione delle forniture. Tutte cose che costano, ma che vanno implementate al più presto. Curando, a questo punto, che il Salone di Milano sia un fidato compagno di strada.

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