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E-mail, la privacy è a rischio

A rischio la privacy di chi manda messaggi di posta elettronica utilizzando sistemi di web mail. La denuncia arriva dai promotori di una class action contro Google, cui si addebita di effettuare la scansione dei contenuti dei messaggi non solo per ragioni tecniche, ma anche per scopi ulteriori, contrari alla normativa statunitense.

Nel contenzioso pendente davanti alla Corte distrettuale della California, divisione San Jose, il colosso multinazionale si difende sostenendo, da un lato, che la scansione dei messaggi rientra nell’attività ordinaria del fornitore di posta elettronica, dall’altro lato che solo con la scansione dei messaggi è possibile sviluppare servizi utili all’utenza (prevenzione da spam e virus, consentire ricerche con parole chiave); Google aggiunge, però, che chi invia messaggi non ha alcuna aspettativa legittima a che il fornitore del servizio non effettui una copia del messaggio. Su questo punto può emergere un elemento di contrasto con la legislazione europea e conseguentemente italiana sul trattamento dei dati personali. Negli atti difensivi Google equipara i messaggi di posta elettronica alle lettere cartacee, che vengono aperte dalla segreteria della società, cui sono inviate senza ledere la privacy del destinatario.

Ma vediamo come si sviluppano le tesi che si fronteggiano nella class action, dalla cui soluzione potrebbero esserci ripercussioni anche per gli utenti italiani del servizio di Gmail.

Il problema posto dai promotori della azione collettiva riguarda la scansione dei messaggi di posta elettronica in entrata o in uscita da account di posta elettronica del dominio Gmail.

Come si legge negli atti difensivi del colosso americano, Gmail è uno dei più usati sistemi di posta elettronica sul web ed è utilizzato da oltre 400 milioni di utenti.

Una parte del processo di smistamento dei messaggi è rappresentato dalla scansione del contenuto degli stessi. La scansione viene realizzata con sistemi automatici ed è utilizzata, innanzi tutto, per garantire la funzionalità del sistema. La scansione è la base per poter impostare sistemi di protezione contro virus e per prevenire il fenomeno delle mail spazzatura (spam). La scansione dei contenuti serve anche a consentire all’utente di poter fare ricerche, in quanto per la ricerca è necessario che i messaggi siano archiviati nel sistema.

In sostanza la scansione è una parte del processo di invio dei messaggi di posta elettronica.

I sistemi automatici servono, però, anche per trattamenti ulteriori, quali ad esempio far apparire sulle pagine web messaggi pubblicitari congrui con il contenuto delle e-mail e tali da poter essere di interesse per i fruitori del servizio di posta elettronica.

D’altra parte la vendita dello spazio web è anche una attività commerciale remunerativa, che contribuisce anche a fornire gratuitamente il servizio di posta elettronica.

Tra l’altro questo è proprio un argomento difensivo utilizzato dai legali di Google. Coloro che hanno attivato una casella di posta elettronica di Google hanno accettato condizioni contrattuali che prevedono la scansione del messaggio e quindi hanno acconsentito alla operazione esplicitamente.

L’altro argomento utilizzato dalle difese di Google riguarda la aspettativa legittima degli utilizzatori del servizio di posta elettronica a riguardo dell’utilizzo dei messaggi di posta elettronica.

Secondo Google, anche sulla scorta di numerosi precedenti nella giurisprudenza statunitense, in realtà, tutti gli utilizzatori del servizio di web mail (anche chi invia messaggi a un utente di Gmail) sono ben consapevoli che i loro messaggi verranno elaboratori dal fornitore del servizio e che in particolare i loro messaggi saranno sottoposti a scansione.

La legittimazione alla scansione dei messaggi viene rinvenuta, dunque, su base contrattuale oppure anche implicitamente per il fatto dell’uso del servizio.

Ma i legali di Google si spingono a fare un paragone anche con la posta tradizionale su carta.

Si legge, infatti, negli atti difensivi, che chi manda una lettera d’affari al suo corrispondente non si stupisce di certo se la lettera viene aperta dall’assistente del destinatario. Così dovrebbe essere anche per la posta elettronica, in cui troviamo un terzo intermediario che mette in collegamento mittente e destinatario.

Questo, secondo Google, significa che non sussiste una legittima aspettativa al non utilizzo dei messaggi di post elettronica, anzi vi è previsione e accettazione del trattamento.

Se c’è un terzo intermediario, che gestisce il mezzo di comunicazione, scrivono i legali di Google, l’aspettativa di privacy diminuisce. Google cita precedenti sentenze che riguardano l’uso del telefono e ritiene che siano applicabili anche alla posta elettronica.

Peraltro il trattamento non sempre è consapevole e vi è da chiedersi se, invece, ai sensi della legge italiana, non debba valere il sistema del consenso informato preventivo rispetto a quei trattamenti che vanno al di là delle necessità tecniche per garantire il servizio di posta elettronica.

Vi è da chiedersi, infatti, se il gestore del servizio rappresenti sempre il ruolo del collaboratore di chi usa la posta elettronica (come l’assistente che apre la porta del proprio superiore in azienda) o se, invece, non agisca per scopi autonomi e indipendenti dal semplice perfezionamento della comunicazione.

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