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È Londra la locomotiva europea

«Il lavoro non è finito», ma i preliminari non sono affatto male. I migliori nel mondo sviluppato, oltre la performance tedesca, oltre quella americana. Londra archivia il 2013 sugli scudi, con una crescita dell’1,4% e la prospettiva di un balzo del 2,4% nel 2014 secondo le stime ufficiali, più timide di quelle di Goldman Sachs che immagina una progressione del 2,7 % nei prossimi dodici mesi.
Il giorno dell’Autumn statement – una sorta di Finanziaria a tre quarti dell’anno fiscale inglese – è il giorno della vendetta per il Cancelliere George Osborne sotto schiaffo dal 2010 per la pervicace volontà di insistere con l’austerity quasi fosse cieco dinnanzi a un mondo in crisi. La stretta made in Britain è, così, destinata a proseguire nonostante oltre al Pil cresca l’occupazione con tre milioni di posti di lavoro nel settore privato entro il 2019 a fronte del taglio di un milione in quello pubblico. Nonostante cali il debito dello Stato (quello privato è astronomico) che toccherà l’80% del prodotto interno lordo nel 2014 prima di cominiciare a rinculare. Il deficit (underlying) chiuderà al 6,8% nel 2013 ovvero 0,7% in meno di quanto previsto solo otto mesi fa. Una calo che gli uffici dello Stato considerano destinato a proseguire fino al 2018 quando si tornerà ai tempi di Margaret Thatcher con i conti dello Stato in surplus.
La cura da cavallo con una spending review che impone una correzione storica alla spesa pubblica ha ridato ossigeno al paziente inglese e promette di salvare le sorti del governo di coalizione guidato dal conservatore David Cameron. Per questo George Osborne insiste nel dire che il lavoro non è finito llustrando i tre passi di prossima adozione: i futuri surplus di bilancio dovranno andare ad abbattere il debito; la spesa globale per il welfare (pensioni escluse) avrà un tetto fisso e non “valicabile” garantito dal Parlamento; i ministeri che hanno dimostrato di sapersi adattare molto bene ai bilanci sforbiciati dalla spending review al punto da stare al di sotto dei budget di spesa di oltre 7 miliardi, dovranno risparmiare altri 3 miliardi.
Nello specifico la stretta prossima ventura passerà anche dall’innalzamento a 68 anni dell’età per riscuotere la pensione di stato (decorrenza 2035); dall’introduzione nell’aprile del 2015 dell’imposta sul capital gain per le abitazioni non di prima residenza possedute da cittadini stranieri o domiciliati all’estero (gli italiani con la passione per Londra sono fra i più esposti); innalzamento dell’aliquota e della base impositiva per la tassa sulle banche introdotta subito dopo il credit crunch.
Ci saranno anche sgravi scelti con la lente del pragmatismo che, una volta di più, dimostra di illuminare l’azione dell’esecutivo inglese. Significativo ad esempio il caso degli Etf che va nella direzione opposta alla Tobin tax . Il trading su questo genere di strumenti sarà esentato dallo stamp duty, qualcosa di simile al “fissato bollato” di casa nostra. «Fu un successo – ha spiegato il Cancelliere – la decisione di eliminare ogni forma di prelievo sugli scambi al listino Aim…oggi facciamo lo stesso con gli exchange traded funds per incoraggiare questi fondi a prendere residenza nel Regno Unito».
I successi più evidenti delle misure targate Tory introdotte in questi anni, però, sono altri due: l’abbattimento della corporate tax fino al tasso del 20% e il Funding for lending lanciato dalla Banca d’Inghilterra. «Il nostro studio sulla riduzione delle imposte alle imprese dimostra – ha insistito il Cancelliere Osborne – che più della metà del mancato gettito ipotizzato è rientrato grazie allo sviluppo e alla crescita che il taglio stesso ha generato…Alzare la tassa sulle imprese colpisce gli investimenti, riduce la produttività e in ultima istanza anche le entrate». Sul Funding for lending – ovvero i fondi che la Banca d’Inghilterra gira alle banche vincolandole a finanziare le imprese – la parola, il Cancelliere, l’ha lasciata, metaforicamente, a Kevin Daly. Il chief economist (Uk) di Goldman Sachs è stato esplicito nei giorni scorsi nel dire che alle radici del rimbalzo britannico «più di qualsiasi quantitative easing» c’è proprio il Funding for lending.

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