Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

E l’Extrabanca di Arpe ne vuole 40

M atteo Arpe si è appena comperato una banca, che ne farà? La domanda c’è, per due motivi. Primo: nessuno si azzarda a investire nelle banche ora, che le banche soffrono. Secondo, l’amministratore delegato di Sator, presidente di Banca Profilo ed ex manager di Piazzetta Cuccia impegnato su Fonsai proprio contro Mediobanca, ha deliberato il 23 maggio d’investire con il proprio fondo di private equity 15 milioni per diventare primo socio (avrà il 38,4%, dopo l’autorizzazione di Banca d’Italia) non in un istituto qualsiasi, bensì nell’Extrabanca per gli immigrati. Al fianco di Generali (che passerà dal 3,2% all’1,96%) e Fondazione Cariplo (dal 4,2% al 2,5%).
Fra gli altri 60 soci ci sono le famiglie industriali del Nord: il gruppo Arici di Brescia, freni e frizioni (che calerà dal 12,9% al 7,9%); il gruppo Limonta di Lecco, tessile (dall’8,4% al 5,1%); gli Amenduni (dal 4,2% al 2,6%); il gruppo Giglio di Piacenza, biomedicale (dall’8,9% al 5,4%); e poi le Acciaierie Valbruna (oggi al 4,24%) e persino la Mariella Burani Fashion Group spa (2,12%) e l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio (0,42%). Più il management, cioè il fondatore e presidente Andrea Orlandini (dal 3,6% al 2,2%). «Non ci spaventano le banche», dice Arpe. «Siamo lieti di avere con noi Sator, il partner ideale», dice Orlandini.
Ma qual è il business di una banca per immigrati? Dov’è la redditività? E dove prenderà Arpe le agenzie, visto che intende far crescere Extrabanca dagli attuali due sportelli (Milano e Brescia) a 15-20 a breve, per diventare leader di settore con una quarantina di filiali nelle grandi città entro il 2018?
Le risposte, nell’ordine: Arpe vuole fare di Extrabanca una banca per gli immigrati, sì, ma soprattutto imprenditori: come i cinesi in Toscana. L’affare non è nella raccolta, ma negli impieghi, cioè nel prestare loro i soldi per l’attività: spezzando la prassi del trasferimento di denaro all’estero, quel «money transfer» ritenuto rischioso anche per le possibili truffe fiscali.
Quanto agli sportelli, Arpe non intende acquistarli fra i tanti in vendita dalle altre banche (dovrebbe spendere intorno ai 160 milioni, a una media stimata di 4 milioni l’uno), ma aprirli da zero, là dov’è la miglior posizione per una banca per immigrati (a Roma, per esempio, si sta studiando intorno alla stazione Termini). Magari pescando nella rete in cessione di Blockbuster.
Extrabanca, con 40 milioni di raccolta e 4 mila clienti (i cinesi in coda, sono l’1,6%) con un deposito medio di 5 mila euro, dichiara un ricavo per correntista di 500 euro all’anno. Arpe è convinto che si possa fare di più (e «a Milano ci sono 430 mila immigrati residenti, titolari di 20 mila aziende, a Roma 400 mila, con 17 mila imprese», dice Orlandini). Il pareggio è atteso a 12-18 mesi dall’apertura delle nuove filiali.
«Extrabanca è una bellissima iniziativa che con il capitale può crescere molto, sviluppando un nuovo modello di servizio», dice il banchiere. Che si riserva di salire nell’azionariato, in futuro. E vuole replicare il progetto Delta Due che lanciò nel 2005, quand’era in Capitalia: l’idea degli sportelli aperti anche al sabato e in orario continuato, l’offerta di servizi extrabancari («Per risolvere problemi legati a fisco, casa, previdenza e salute», si scriveva allora), e «impiegati che parlano otto lingue». L’ambizione è però espandere Extrabanca all’estero, in Germania, per esempio. Proprio dove ha sede Unicredit, che sulle banche per immigrati è il solo concorrente, ma con modello diverso. L’istituto di Federico Ghizzoni e Giuseppe Vita ha la rete dedicata «Agenzia Tu», 12 sportelli e 5 mila clienti stranieri dopo annoso lavoro di coinvolgimento delle comunità. «Stiamo pianificando due nuove aperture a Padova e Pesaro per il prossimo anno», dice la responsabile Cristina Proci.
In ballo c’è un bacino potenziale di 1,3 milioni di clienti. «Hanno bisogno di una banca propria in Italia e di mantenere i soldi qui, anziché trasferirli. Così i capitali restano in Italia», dice Arpe. Il difficile è raggiungerli, convincerli a fidarsi e mantenere l’equilibrio finanziario impieghi-raccolta (cioè fra quanto la banca presta e quanto raccoglie con i conti correnti e di deposito), rispettando i parametri di Basilea 3. Impresa che a una grande banca può riuscire più facilmente che a una piccola, se non altro per economie di scala, si ritiene in Piazza Cordusio. Che copre le stesse piazze di Extrabanca (Brescia) e ottiene buona parte della redditività proprio dagli impieghi (tre clienti su quattro sono finanziati con il prestito, tasso annuo effettivo al 13,5%, «in linea con gli altri clienti» dice l’istituto). La difficoltà del settore è insomma essere competitivi, come sanno in Banca Intesa, che ha, per ora, accantonato il progetto.
«Il modello di business è esattamente di nicchia come Banca Profilo e non ritengo Unicredit un concorrente», ribatte però Arpe, e si capisce perché. Il suo piano è far nascere la prima banca per gli imprenditori immigrati in Italia, anzi, in Europa. Con un futuro socio esterno, un «vettore» come potrebbe aspettarsi il mercato? «Lo escludo», risponde l’amministratore delegato di Sator. Per ora, bastano quelli che ci sono, da Trieste in giù.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Ita, la nuova compagnia aerea a controllo pubblico, si chiamerà Alitalia, come la vecchia. Lo stor...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Strada spianata per la fusione Sia-Nexi, che ora avverrà «nei più brevi tempi possibili», scriv...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Entra anche il reddito di cittadinanza nel decreto fiscale collegato alla manovra all’esame oggi ...

Oggi sulla stampa