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È fuga dai depositi Iva

di Renato Portale

Depositi Iva troppo onerosi. Con la circolare 34 del 22 dicembre scorso Assonime riepiloga l'intera disciplina del deposito, oggetto di recenti modifiche normative per lo più finalizzate a contrastare fenomeni di elusione ed evasione. Nella circolare sono esaminate soprattutto le criticità che limitano l'applicazione di un istituto nato per semplificare gli scambi di beni tra soggetti economici residenti nella Ue. Con la conseguenza che molti operatori stanno abbandonando l'Italia e si indirizzano verso altri Stati Ue con regimi di deposito Iva meno complessi e costosi.
Con il Dl 70/2011 è stato previsto l'obbligo di prestare una fideiussione per le operazioni di immissione in libera pratica di beni non comunitari destinati a essere introdotti in un deposito Iva. Sono esonerati solo alcuni operatori, tra cui i titolari di certificazione attestante lo status di operatore economico autorizzato (Aeo). Secondo Assonime tale garanzia potrebbe costituire un onere finanziario e burocratico gravoso da sostenere e, inoltre, si sovrappone agli altri meccanismi di garanzia già contemplati dall'ordinamento. Ricorda ancora Assonime che un ulteriore meccanismo anti-evasione è rappresentato dal comma 8 dell'articolo 50-bis del Dl 331/1993, secondo il quale il gestore del deposito Iva è responsabile in solido con il soggetto passivo della mancata o irregolare applicazione dell'imposta relativa all'estrazione, qualora non risultino osservate le prescrizioni stabilite. Ovviamente tale previsione è da coordinare con la giurisprudenza comunitaria che prevede l'esonero da ogni responsabilità per il gestore di un deposito Iva che abbia agito "in buona fede" (si veda «Il Sole 24 Ore» del 22 dicembre 2011).
Per agevolare gli operatori, l'agenzia delle Dogane ha predisposto, con la nota 127293 del 4 novembre 2011, una procedura semplificata per l'esonero dalla garanzia. Tale procedura prevede che la solvibilità aziendale possa essere verificata attraverso questi elementi: iscrizione alla Camera di commercio da almeno un anno; assenza di carichi pendenti; autocertificazione attestante di aver effettuato, nel corso dell'ultimo anno, operazioni di importazioni di merci non comunitarie in relazione alle quali commisurare l'ammontare dell'esonero stesso, senza che siano state rilevate irregolarità.
Infine, Assonime esamina le conseguenza della mancata introduzione dei beni in un deposito Iva, alla luce dell'ultima giurisprudenza della Cassazione espressa nella sentenza 12262 del 2010. La Corte ha ritenuto che, se i beni immessi in libera pratica non sono immagazzinati nel deposito si considerano importati, rendendosi conseguentemente dovuta l'Iva all'importazione che, in ogni caso, non può essere compensato dall'assolvimento dell'Iva interna, con il meccanismo del reverse charge, all'atto dell'estrazione dei beni dal deposito. L'orientamento della Cassazione è in linea con una precedente pronuncia delle Dogane (circolare 23/D del 27 luglio), ma non è condiviso da Assonime. Secondo l'associazione, infatti, anche se alcuni criteri di applicazione sono diversi, l'Iva all'importazione non può essere considerata un tributo diverso dall'Iva interna. È auspicabile, conclude Assonime, che l'intera materia sia riconsiderata con interventi legislativi e amministrativi, al fine di rendere meno oneroso l'utilizzo del deposito Iva da parte degli operatori commerciali.

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