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E Credit Suisse patteggia negli States l’evasione fiscale gli costa 2,5 miliardi

L’appuntamento con il più solenne e umiliante mea culpa della storia bancaria svizzera era per ieri sera, subito dopo la chiusura di Wall Street, in modo da minimizzare le ripercussioni finanziarie. In un’aula del tribunale federale di Alexandria, in Virginia, i rappresentanti di Brady Dougan, 54 anni e da sette chief executive del Credit Suisse, hanno ammesso pubblicamente le colpe del secondo colosso bancario svizzero per associazione a delinquere e per aver aiutato migliaia di contribuenti americani a evadere le tasse.

Secondo i termini del patteggiamento, Credit Suisse pagherà una maxi-multa di quasi 2,5 miliardi di dollari, di cui 1,8 andranno al ministero della giustizia (quindi all’erario), 600 al dipartimento dei servizi finanziari dello stato di New York, che è quello che ha concesso all’istituto di Zurigo la licenza bancaria americana, e 100 milioni di dollari alla Fed.
La condanna penale di Credit Suisse rischia di costare indirettamente altre decine di milioni all’istituto, perché molti fondi pensione hanno regole precise che vietano i rapporti con banche con la fedina sporca. Le quotazioni del gruppo hanno già perso il 7% nel mese di settembre e potrebbe esserci una riduzione del rating. In compenso Credit Suisse potrà continuare a operare regolarmente negli Stati Uniti e non dovrà licenziare i suoi executives, come alcune indiscrezioni avevano fatto pensare nei giorni scorsi e come era accaduto in un’altra vicenda simile, quella che nel 2009 portò l’Ubs, prima banca elvetica, a pagare una multa di 780 milioni di dollari e a consegnare all’Internal revenue service, l’agenzia americana delle entrare, i nomi di 4700 potenziali evasori americani.
Anche se il caso Ubs fece molto scalpore, la multa per il Credit Suisse è di tre volte superiore. E anche se riuscirà a rimanere sulla tolda di comando, a dispetto delle richieste di dimissioni che arrivano da ambienti politici svizzeri, per Dougan si apre una fase difficile: quasi un paradosso per lui che era riuscito quasi indenne dalla crisi post-Lehman Brothers e che non aveva responsabilità dirette nel favorire l’evasione fiscale, secondo quanto ha verificato lo stesso board della banca. D’altra parte il patteggiamento è una vittoria per il ministro americano della giustizia, Eric Holder, che era stato spesso accusato di trattamenti di favore nei confronti dei colossi bancari, in particolare sulle malefatte che avevano portato alla tempesta finanziaria globale.
Proprio quella crisi e l’arrivo di Barack Obama hanno portato gli Stati Uniti ad affrontare con più determinazione il nodo degli evasori aiutati dal segreto bancario svizzero e dalla legislazione di vari paradisi fiscali. Da un lato l’Irs ha introdotto una sorta di “scudo fiscale” per far emergere i capitali detenuti all’estero: il primo programma della cosiddetta voluntary disclosure stabiliva un prelievo di circa il 25% sui capitali nascosti, quello in corso addirittura del 27,5%, rispetto al 5% dell’ultimo “scudo” varato dal governo Berlusconi. E a dispetto di questa forte penalizzazione, 43mila contribuenti americani sono usciti allo scoperto e hanno pagato 6 miliardi di dollari di multe, tasse e penali. Da un altro lato, la Casa Bianca ha lanciato un’offensiva contro gli istituti bancari che proteggono, aiutano o nascondono gli evasori, aprendo una inchiesta su 14 maxi-banche svizzere e firmando trattati bilaterali di cooperazione tributaria. Introdotta inoltre una nuova legislazione, chiamata Fatca, che costringe le banche straniere che vogliano continuare a operare negli Usa, a informare Washington dei conti bancari detenuti dagli americani.
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