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È Brexit

«Questo è un momento storico, da cui non si torna indietro », avverte solenne Theresa May. «Questo non è un avvenimento felice, ci mancate già», risponde mestamente Donald Tusk. Non si erano mai molto amate, Gran Bretagna e Unione Europea: ma lasciarsi è lo stesso emozionante, come per ogni matrimonio che finisca con un divorzio. Alle tredici e trenta ora del continente, l’ambasciatore britannico Tim Barrow consegna di persona al presidente del Consiglio europeo Tusk la lettera che attiva l’articolo 50 e mette in moto la secessione del Regno Unito dalla Ue, da completare in due anni a partire da ieri. Alle dodici e trenta di Londra, e se c’era un giorno per ricordare che sulle due sponde della Manica l’ora è differente è questo, la premier conservatrice si rivolge al Parlamento: «Nel negoziato che sta per cominciare rappresenterò chi ha votato per la Brexit, chi ha votato contro e i milioni di europei che hanno qui la loro nuova casa. È tempo di unirci, rispettando la volontà popolare espressa dal referendum. Sappiamo che ci saranno conseguenze, perderemo influenza sulle leggi che regolano l’economia europea, ma prenderemo le nostre decisioni e avremo le nostre leggi».
Così, quarantaquattro anni dopo esserci entrata, la Gran Bretagna inizia a uscire dall’Europa unita. «Usciamo dall’Unione Europea ma non dall’Europa», scrive May nella lettera a Tusk. «Vogliamo che la Ue prosperi e vogliamo stabilire con essa un rapporto speciale », aggiunge, evocando quella «relazione speciale» tra Londra e Washington che è stata uno dei fondamenti della diplomazia britannica: una simile amicizia, lascia intendere, deve nascere anche sul versante opposto, con il continente al di là del canale. La premier promette di intraprendere le trattative sulla separazione da Bruxelles «in uno spirito costruttivo di cooperazione e rispetto», con l’obiettivo che siano un successo per entrambe le parti. I precedenti toni bellicosi sembrano superati. Ma c’è anche una velata minaccia. «In termini di sicurezza, se non si raggiunge un accordo, la nostra collaborazione nella lotta contro crimine e terrorismo ne risulterebbe indebolita», osserva May e qualcuno la accusa di ricattare la Ue: se non cedete sul commercio, non avrete più l’aiuto dei nostri 007.
E comunque i problemi restano. «Il primo ministro parla di rispetto, ebbene rispetti la decisione della Scozia di organizzare un referendum, altrimenti l’indipendenza sarà inevitabile », ammonisce Angus Robertson, leader dei deputati scozzesi al Parlamento di Westminster, alludendo alla richiesta approvata il giorno prima dal Parlamento di Edimburgo. Anche il ministro del Tesoro Philip Hammond, capofila dell’ala moderata dei Tories, ha qualche dubbio: «Non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca». Sottinteso: Londra non potrà avere, fuori dalla Ue, gli stessi vantaggi di cui gode nella Ue. Ci saranno prezzi da pagare. «Ci rimpiangerete », afferma il presidente della Commissione Europea Juncker. Theresa May promette di risolvere presto una questione: i diritti dei 3 milioni di europei (tra cui mezzo milione di italiani) che vivono in Gran Bretagna, di pari passo con quelli del milione di britannici residenti nei paesi della Ue. Ma nelle strade di Londra trapela amarezza. «Ho gioito quando è crollato il muro di Berlino, perché la famiglia europea si riunificava, piango per la Brexit perché la famiglia europea si separa», dice Elga, ricercatrice tedesca. «È una giornata triste per tutti perché con la Brexit perdiamo tutti», afferma Maria, dottoressa italiana. Gli europei che sono già qui potranno restare. Altri ancora ne arriveranno: un ministro ultra brexitiano, David Davis, riconosce che la Gran Bretagna continuerà ad avere bisogno di immigrati. Ma non sarà più la stessa cosa. L’Europa che si è unita dopo la seconda guerra mondiale ha cominciato a perdere ieri uno dei suoi pilastri. La Gran Bretagna che attraversò la Manica per salvare l’Europa dal nazismo ha iniziato la traversata nella direzione opposta. Dal D-day al B-day. «Ci mancate già», dice il presidente Tusk, « thank you e goodbye ». Suona più come un addio che come un arrivederci.

Enrico Franceschini

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