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E Bankitalia bussa a Intesa per il salvataggio di Siena ma incassa un no

Il sondaggio è stato avviato nei giorni scorsi, in via informale. Dalla Banca d’Italia, secondo varie persone vicine al dossier, è arrivata ai vertici operativi di Intesa Sanpaolo la richiesta di un’opinione sull’ipotesi che a molti è parsa la prima da esplorare dopo le bocciature agli esami europei sulle banche: una fusione fra Intesa Sanpaolo e il Monte dei Paschi di Siena.

Non c’è molto tempo da perdere. Lunedì è partito il conto alla rovescia di due settimane, al termine del quale Mps dovrà produrre un piano e mandarlo alla Banca centrale europea. L’obiettivo era noto dall’inizio degli esami condotti da Francoforte per tutto il 2014: le banche che hanno fallito i test, rivelando un’insufficienza di capitale, devono indicare in che modo intendono rafforzarsi nel giro di nove mesi. Nel caso di Siena è una missione tutt’altro che facile, perché servono 2,1 miliardi di patrimonio di alta qualità da reperire in tempi stretti, per un’azienda che oggi ne vale meno di quattro. Senza un programma plausibile, non resterebbe che l’intervento pubblico: questo comporterebbe la nazionalizzazione della banca, il peggioramento dei conti pubblici e una sforbiciata, quasi inevitabile, ai danni di molti creditori del Monte.
I tempi stretti hanno dunque accelerato i colloqui in questi giorni. Banca d’Italia partecipa alla vigilanza della Bce e, secondo le ricostruzioni di osservatori diretti, non sta travalicando i confini del suo ruolo. Allo stesso tempo però l’istituto di via Nazionale cerca di facilitare una risposta del mercato all’emergenza che oggi il Monte pone al sistema- Italia. È per questo che nei giorni scorsi a Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, è stato chiesto se fosse interessato ad acquisire Mps.
La risposta del manager, confermata da vari osservatori, non si è fatta attendere: «Grazie, no». I vertici operativi del gruppo Intesa, la più grande rete di sportelli bancari del Paese, non intendono accollarsi i problemi di Mps. A loro modo di vedere sono finiti i tempi delle operazioni di «sistema», quelle incoraggiate dalla politica e dalle istituzioni che vedevano le grandi banche impegnate in investimenti estranei alle normali logiche commerciali: dalla fusione Unicredit- Capitalia, alle avventure della stessa Intesa in Alitalia o in Telecom, l’ultimo decennio lascia in eredità una scia di operazioni di «sistema» costate ai risparmiatori decine di miliardi.
Messina vuole che questa volta il suo gruppo resti fuori. A suo parere, Mps è un problema del Paese ma a risolverlo non può essere una banca privata con il 31% di investitori esteri nel capitale. Intesa ha già acquistato negli anni scorsi la Cassa di Risparmio di Firenze a caro prezzo – 3,5 miliardi – e con Mps finirebbe per dominare il 60% della rete bancaria della Toscana. A quel punto la stessa Antitrust le potrebbe imporre di cedere degli sportelli, senza contare il costo sociale delle chiusure di filiali e dei licenziamenti che seguirebbero alla fusione. Per Intesa un’espansione in Toscana meridionale e in Puglia, dove si concentra molta dell’attività bancaria del Monte, non è una priorità. Il suo obiettivo oggi è rafforzare la presenza fuori dall’Italia, non concentrarsi ancora di più in un Paese in forte recessione.
Messina deciderà da solo, non senza sentire il presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli e le fondazioni azio- niste. Ieri Giuseppe Guzzetti, presidente di Cariplo che di Intesa è secondo socio con il 4,6%, ha visto il suo pari grado della fondazione Mps Marcello Clarich. I due hanno parlato del Monte, ma niente lascia pensare che la posizione di Cariplo sia diversa da quella di Messina. Potenzialmente diverso è l’approccio della Compagnia di San Paolo di Torino, primo socio di Intesa con il 9,8%. A Torino non si sono mai dimenticati i contatti del decennio scorso per una fusione Mps-Sanpaolo Imi, prima che si formasse l’attuale gruppo Intesa. Certo sul piano politico l’integrazione del Monte nel primo gruppo italiano non può dispiacere a Matteo Renzi: per il premier sarebbe la conquista di Siena da parte (anche) della fondazione Cassa di risparmio di Firenze, terzo socio di Intesa. Ma forse l’ex sindaco di Firenze non dimentica che le operazioni di sistema sono rischiose: le ultime hanno contribuito a quello stesso sfaldamento dell’establishment che poi ha permesso la sua ascesa.
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