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È bancarotta il finanziamento «dirottato»

di Alessandro Galimberti

È responsabile di bancarotta fraudolenta «per distrazione» l'amministratore di società che, per favorirne un'altra che non può accedere al credito, si fa dare un finanziamento da una banca e gira l'intero importo alla società in difficoltà. In questa ipotesi, il soggetto "tramite" dell'operazione (cioè la società-veicolo) non può essere considerato un semplice «interposto», parte di un contratto simulato e come tale non responsabile dei suoi effetti.
Con una articolata motivazione la Corte di Cassazione (V penale, sentenza 1217/12, depositata il 16 gennaio) ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale impropria agli amministratori di due società coinvolte – nel 1990 – in una spericolata operazione di finanziamento di un'azienda attiva all'epoca nel campo assicurativo. Gli imputati, in sostanza, agevolati dal doppio ruolo di uno – amministratore di fatto da una parte e dominus dall'altra – si erano accordati per ottenere un finanziamento bancario da 23 miliardi di lire utilizzando un'azienda "sana", salvo poi girare l'intero importo ad un'altra impresa: quest'ultima non poteva infatti ottenere il credito (per aver tra l'altro già pignorato a garanzia, illegittimamente, titoli di Stato costituenti riserva tecnica) nonostante l'urgente necessità di rifinanziamento dopo una serie di rilievi dell'Isvap.
Quanto alla presunta simulazione – che avrebbe levato dalla partita la società "tramite" poi finita in bancarotta – la Corte ha invece statuito che non ce n'è traccia, poiché «detto contratto (…) ha prodotto i propri effetti, che sono stati quelli di consentire la erogazione del finanziamento da parte di Centrobanca a una società che a differenza» dell'altra «non si era esposta con precedenti richieste (…) ed appariva quindi, sul piano formale e sostanziale, priva delle connotazioni soggettive e oggettive negative» che precludevano il finanziamento. La reale intenzione dei protagonisti, chiosa il relatore, era quella di stipulare un finanziamento tra le due società «con regolare assunzione di responsabilità verso il creditore», in definitiva di dar corso a un «negozio indiretto», cioè «proponendosi di realizzare una particolare finalità, le parti ricorsero alla combinazione di più atti, tutti veri e reali e non illusori, collegandoli insieme in modo da giungere al fine ultimo propostosi in via indiretta».
I giudici hanno respinto poi anche il rilievo della difesa, secondo cui il fallimento della società-tramite era stato dichiarato «in assenza di un effettivo stato di insolvenza». A questo proposito la Cassazione ha ribadito che «il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex articolo 216 e seguenti del Regio Decreto 267/1942 non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell'impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell'imprenditore» (S.U. 19601/08).

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