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È arrivato lo tsunami di Grillo “Ma noi non faremo inciuci i partiti dureranno solo sei mesi”

IL MOVIMENTO 5 Stelle incassa il consenso di più di un italiano su quattro, al suo debutto elettorale nazionale diventa di botto il primo partito italiano, almeno alla Camera (dove a tarda sera sorpassa il Pd sul filo di lana, di circa quarantamila voti), e il primo assoluto in ben dieci regioni su venti. Soprattutto demolisce con una sola scossa il fatiscente bipolarismo messo assieme in vent’anni di Seconda Repubblica. Entrano in Parlamento una centosessantina di “cittadini incensurati”, guai a chiamarli “onorevoli”, e ora definire “minoranza” la più robusta opposizione anti-sistema che sia mai riuscita a sfondare le porte di qualsiasi parlamento europeo, ingombro temibile sulla strada di qualsiasi governo, sarà del tutto fuori luogo.
E infatti, come un vincitore indiscusso, alle 21.30 Beppe Grillo appare in voce, ironicamente trionfante, «sono qui nel lettino, mi hanno anche messo il plaid, non vogliono che abbia dei sussulti… No, la camomilla no!». Si affaccia alla finestra che dà sulla piazza virtuale di Internet, snobbando i giornalisti assiepati nella stradina tortuosa fuori di casa sua (la strategia dell’assenza dai media tradizionali ha pagato, e non ci rinuncia certo oggi), per il suo «discorso alla Nazione», salutato come un leader orientale dai conduttori di La Cosa, la sua web-radio: «ecco colui che ci ha guidato verso la luce».
Più che un discorso, un grido di vittoria in streaming: «primo partito assoluto, e in soli tre anni», e un ultimatum: «Faranno un governissimo? Sì, per forza, dureranno sette-sette mesi, porteranno il paese al disastro, ma noi siamo il vero ostacolo, siamo i grandi conservatori, contro di noi non ce la possono fare, si mettano il cuore in pace, noi terremo sotto controllo il disastro… Faremo quel che abbiamo detto di fare, acqua pubblica, scuola, sanità… Se ci seguono bene, sennò la battaglia sarà molto dura, per loro». Ringrazia «questi fantastici ragazzi », ma non ringrazia affatto quei «sedici, diciotto milioni che non hanno osato», i pavidi che hanno votato i vecchi partiti, che «riconsegnano a Berlusconi il paese», non perdona loro questo che è «un crimine contro la galassia ». Verso di loro, gli elettori «di Bersani, di Berlusconi, questi falliti », non ha pietà: «Sono quelli che galleggiano, sfiorati dalla crisi, magari non sono i pensionati della minima, sono quelli che bene o male hanno vivacchiato, a discapito di altri milioni che non ce la fanno più… Il problema dell’Italia sono queste persone, finché non gli toccheranno gli stipendi per loro va bene così, va bene immobilizzare il paese, ma durerà poco questa situazione, molto poco, magari un anno… Intanto noi ci perfezioniamo, entriamo dentro, non pensino di fare inciuci e inciucetti». Pazienza, come nel proverbio cinese della riva del fiume e del cadavere: «Sono le prove generali. Noi entriamo, saremo 110 dentro e qualche milione fuori…». Curiosità beffarda: «Chissà dove ci metterete a sedere in Parlamento… Io spero uno di noi dietro ognuno di voi… Per controllarvi… E darvi qualche scappellotto…».
Il leader che le tabelle del Viminale identificano come “Giuseppe Piero Grillo” aveva votato con tutto comodo, solo ieri, in mattinata, con la famiglia, tranquillo. Tornando indietro a restituire a un carabiniere la famosa matita copiativa del seggio che si era messa in tasca per distrazione: «Ho verificato, scrive bene, non ci sono brogli…». Poi una fotocartolina su Twitter con l’augurio «Sarà un piacere». Calmo, la pazienza dei vincitori designati, «Vedremo domani se i partiti si sono arresi o no, se chiedono scusa se ne possono andare tranquillamente. Adesso aspettiamo i risultati, mi vedete molto calmo». E via nella sua villa di Sant’Ilario, a Genova, dove ha aspettato i risultati, giura, «lavorando nell’orto, ho la lattuga che mi scappa da tutte le parti, ho questi problemi io…». Festeggiare? «Ma no, qui siamo alle prese con cose cimiteriali…». Sul suo blog, dopo pranzo, compare un titolo sibillino: «L’onestà andrà di moda», ma non è il primo commento del “garante”, del “megafono” del MoVimento, è solo l’ultima battuta di campagna elettorale, postata un minuto prima della chiusura delle urne.
La doccia fredda delle tre del pomeriggio, per quegli instant-poll che fermano il MoVimento sotto il 20%, non viene presa troppo sul serio. Inviti alla calma, bocche cucite nelle sedi del MoVimento. «Per Internet siamo al governo», garantisce con incrollabile fiducia nella piazza elettronica il capolista in Campania, Roberto Fico. E il bello è che ha ragione, dopo poche ore le proiezioni e i voti veri schizzano in alto, «dalle urne saltano grilli e non è ancora finita!», esulta Dario Fo a metà pomeriggio nei microfoni Web del tribuno di Genova, mentre sui forum grillini esplode l’euforia.
Le notizie che arrivano dalle regioni sono entusiasmanti: in Sicilia si va al raddoppio dei consensi ottenuti appena quattro mesi fa alle regionali, nella Liguria patria del capo il rush scavalca quota 30%. Dai piccoli comuni della caldissima battaglia anti-Tav arrivano piccoli grandi trionfi: Venaus, Bussoleno, Exilles, nei comuni della val di Susa si sta poco sotto o poco sopra la metà dei voti. A Montesilvano, sopra Pescara, è en plein in tutti i 52 seggi, Camera e Senato. A Parma, prima città del grillismo di governo, i consensi salgono del 10% rispetto al trionfo di meno di un anno fa. Sui forum dei militanti gli animi si scaldano e gli scudi salgono al cielo: «Li metteremo spalle al muro», «Non ce la faranno, li abbiamo stanati», «L’onda sta arrivando». Sul nastro Twitter “michele2871” rispolvera perfino, chissà se ha l’età per ricordarselo, una metafora-rudere da Prima Repubblica: «Saremo l’ago della bilancia». A Bologna, dove il M5S è secondo partito, il capogruppo in municipio Massimo Bugani si prende finalmente la rivincita sull’eretico Giovanni Favia, suo storico antagonista, candidato con Ingroia ma non eletto: «Aver detto a Grillo ‘Che fai? mi cacci?’ non ha portato bene…».
La geografia del consenso grillino non sembra ricalcare le antiche mappe politiche dell’Italia del Novecento, non c’è chiara sovrapposizione con le “regioni rosse” o le “regioni bianche”. Il “disallineamento” provocato dal M5S nel panorama delle appartenenze è evidente: nelle circoscrizioni della Camera, a scrutinio avanzato, il M5S diventa la prima singola forza politica in Sicilia con il 32-34%, nelle Marche con il 32%, in Liguria con il 32-34%, in Sardegna con il 29%, in Piemonte con il 25-28%, in Friuli Venezia Giulia con il 27%, in Molise con il 26%, in Calabria con il 24%, in Veneto (dove il M5S dilaga nella provincia leghista) con il 24-27%, in gran parte dell’Abruzzo con il 28-29%. Una performance travolgente, per un «non-partito ». Soffre invece, per così dire, la Lombardia, dove si resta sotto il 20. Fanalino di coda del consenso grillino il Trentino Alto Adige, attorno al 15%.
E adesso, mentre cominciano ad arrivare approcci e messaggi di dialogo, il macigno cinquestelle si prepara a far pesare la sua intransigenza. «Non saremo flessibili, qualunque sia il governo pretenderemo un programma in linea con il nostro», mette le mani avanti il candidato milanese Vito Crimi. Qualche flebile voce si pone «il problema della governabilità», questo è Francesco Campanella capolista a Palermo, «chiederemo a chi ci ha eletto cosa fare». Ma Grillo l’ha appena detto: «Ma quale ingovernabilità! L’ingovernabilità è il sistema che abbiamo avuto finora. Ma la gente ha capito, voltando le spalle a qualsiasi partito». Punto. La linea per ora è: niente alleanze. Niente mediazioni. Solo, volta per volta, legge per legge, un prendere o lasciare. E se gli altri lasciano, «alle prossime elezioni», garantisce Alessandro Di Battista, candidato nel Lazio, «saremo la maggioranza assoluta». E mentre scende la notte, sulla collina di Sant’Ilario, nella bella villa che domina il mar Ligure, ecco splendere il solo che ride.

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