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Duro vertice Tsipras-Syriza Varoufakis: “Problemi nei rimborsi a Bce e Fmi”

L’intesa tra la Grecia e l’Europa «è un buon compromesso ». Ma nessuno deve illudersi perché «c’è ancora molta strada da fare». Angela Merkel ha dato ieri il suo personale via libera alla tregua con Atene. Ma come tutti gli altri protagonisti — Bce e Fmi in primis — anche lei mette in guardia da facili entusiasmi. Il governo di Alexis Tsipras ha conquistato il tempo, quattro mesi, per varare le sue riforme. Davanti a sé ha però due ostacoli altissimi da superare: il primo è convincere tutti i membri del partito della bontà dell’intesa dando una mano a implementarle in tempi strettissimi, per convincere la ex-Troika ha sborsare i 7,2 miliardi dell’ultima tranche di aiuti a giugno. Il secondo, forse ancora più preoccupante, è trovare i soldi per tenere in piedi la macchina dello stato da qui fino all’estate.

«Non c’è un problema immediato di liquidità, ma avremo difficoltà a rimborsare i prestiti della Banca centrale e del Fondo», ha detto ieri, come al solito molto candido, il primo ministro Yanis Varoufakis. Nelle casse del paese sono rimasti un paio di miliardi, gli accordi con “le istituzioni” impediscono di emettere nuovi titoli di stato. E nelle prossime settimane la Grecia dovrà rinnovare e onorare una serie di emissioni obbligazionarie a breve per un importo non lontano dai 2 miliardi.
Gli accordi con l’Eurogruppo non hanno affrontato questo problema. E non a caso appena ottenuto l’ok al piano, i tecnici del Tesoro ellenico hanno aperto i negoziati per trovare i finanziamenti. L’ipotesi più probabile è che alla fine a lanciare il salvagente sia la Bce, allargando ancora un po’ le linee d’emergenza per le banche nazionali. Mentre Bruxelles, a conferma del miglioramento del clima tra le parti, potrebbe dare l’ok alle emissioni di titoli di stato autorizzate, pari oggi a 15 miliardi di euro, già esaurite dal governo Samaras. «L’accordo è ok — ha detto non a caso l’agenzia di rating Fitch — ma non risolve il problema dei finanziamenti alle banche». E il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha avvertito Atene: «Neanche un euro se non agite».
Che i problemi non siano alle spalle se n’è accorta anche la Borsa greca che dopo il +10% della vigilia, ieri ha mandato in archivio la seduta con un prudentissimo — 1,59%. La giornata del resto ha confermato che il premier avrà le sue belle gatte da pelare per mantenere gli impegni presi con i creditori senza dilapidare il patrimonio di consenso che ha costruito nel paese e nel partito. La prima puntura di spillo è arrivata di prima mattina quando Panagiotis Lafazanis, ministro dello sviluppo economico e numero uno di Piattaforma della sinistra, l’ala radicale di Syriza, ha detto chiaro e tondo che non avrebbe dato il via libera alla privatizzazione dell’Enel greca. Scelta in rotta di collisione con gli impegni presi dal governo con i creditori. «Vedremo — ha detto imbarazzato Varoufakis — l’intesa, volendo, ci consente di valutare la legittimità dei processi di vendita già avviati». Era solo l’aperitivo. Alle 10 di ieri Tsipras ha riunito i parlamentari del partito chiedendo a tutti di «lavorare per iniziare a questo punto a governare la Grecia». L’incontro è però andato per le lunghe: ore e ore a porte chiuse dove sono volati gli stracci, dicono alcuni dei presenti.
Il compromesso di Bruxelles, in effetti, pur lasciando formalmente ad Atene il margine per disegnare il percorso con cui uscire dalla crisi, è una gabbia strettissima. Dove è obbligatorio rispettare i rigidi paletti fissati dai creditori. Mentre i piani umanitari promessi prima delle elezioni — «una linea rossa da non valicare », dice l’opposizione interna — sono consentiti solo se a costo zero rispetto al budget promesso. E con il portafoglio in tasca ai creditori non sarà facile farli decollare.
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