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Dura la lotta contro le fake news

L’anno appena finito ha visto entrare prepotentemente nell’uso mondiale un anglicismo che indica una notizia falsa, contraffatta, finta, fasulla: fake news, ormai accolto in tutti i dizionari. Non si tratta di una notizia trasmessa tra due o pochi individui, ma socialmente pubblicizzata dai media per milioni di persone. L’elenco delle fake news, a parole o per immagini, che sono diventate virali è senza fine: Obama non eleggibile perché nato, non a Honolulu (Usa), ma in Kenia; la ragazza islamica indifferente accanto ai cadaveri sul ponte di Londra; la foto(montaggio) di Boschi e Boldrini ai funerali di Riina; la bambina islamica di 9 anni sposata a Padova con un uomo di 35; in Germania il Lisa-Case, il sequestro e stupro di una 13enne da parte di tre migranti (in realtà una invenzione della ragazzina per nascondere una fuga da casa).

Le fake news ci sono sempre state, ma la loro trasmissione era lenta. Solo i mass-media elettrici le hanno rese immediate e ultraconvincenti. La prima grossa fu con la radio: nel 1938 Orson Welles simulò una invasione dei marziani, che scatenò un enorme panico fra le masse. Oggi servono a screditare le persone, a denigrare gli avversari, a condizionare le elezioni e le decisioni politiche.

Non v’è dubbio che si tratta di un terribile problema dei nostri tempi. Politici e gestori dei media ci stanno lavorando. In Germania è stata approvata la Netzwerkdurchsetzungsgesetz («Legge di applicazione del diritto nella rete»). Essa obbliga i gestori dei social network a cancellare le false notizie che incitano all’odio o diffamano, con multe sino a 50 milioni di euro. Al ministero della Giustizia già funziona un team di 50 specialisti.

Era giusto farlo, ma le difficoltà e anche i pericoli sono enormi. E i ricorsi già sono partiti. Come evitare che una legge contro le notizie false possa limitare la libertà di espressione, fondamento della stessa democrazia? Chi decide che cosa è falso? Chi stabilisce quello che va cancellato? Come monitorare milioni di notizie giornaliere? I recettori delle fake news, si dice, dovrebbero verificare le fonti, ma chi ha il tempo, i mezzi e la voglia di farlo?

L’invenzione nel 2017 del neologismo fake news è stata preceduta, l’anno prima, da un altro neologismo: la «post-verità» (post-truth). Un termine usato sporadicamente dal 1992 e divenuto nel 2016 la «parola dell’anno» (Oxford Dictionary). Esatta al cento per cento. Tutte le società occidentali hanno avuto la Verità: quella filosofica la greco-romana (Parmenide: «Il cuore inconcusso della ben rotonda Verità»); quella religiosa la cristiana (Gesù: «Io sono la Verità»), quella scientifica la modernità, le «idee chiare e distinte» (Cartesio), che cacciano miti e superstizioni. A partire dal Novecento nasce la consapevolezza che esistono «le» verità, ma non «la» Verità.

L’epoca postmoderna è relativista e, al limite, nichilista. Essa ha «s-fondato», cioè privata dei fondamenti, la verità (Vattimo), ha detto addio ai princìpi» (Marquard) e capito che tutte le verità sono solo delle «grandi narrazioni» (Lyotard). Il pensiero che era «forte» (Rosmini: «Pensare in grande») si è fatto «debole», il compito della ragione non è più la ricerca della verità, ma una comprensione della «instabilità» delle molte verità, che consente dialogo e rispetto fra uomini e culture diverse. La chiamano «ermeneutica». Al «politeismo dei valori» (Max Weber) corrisponde il rifiuto del monoteismo ebraico-cristiano, tendenzialmente totalitario, e la riscoperta del politeismo greco.

Col termine post-truth la società attuale, che è della contemporaneità e della immediatezza, è stata definita con esattezza nella sua tendenza prevalente: valutare una affermazione, non per il suo valore di verità, ma perché corrispondente alla sensibilità e al narcisismo emotivo. L’uomo postmoderno, perduta la memoria del passato e privo di speranza per il futuro, vive nel presente, nel «carpe diem» e nell’«ora che fugge». La verità è il «qui» e «ora». Per un momento.

Appare evidente che una società della post-truth non possiede gli anticorpi per smascherare le fake news. Per rifiutare il «falso» occorre il «vero», non come verità definita e indiscutibile, ma come tendenza e aspirazione di avvicinarsi senza fine ad una verità che pienamente rimane irraggiungibile (la filo-sofia non è possesso, ma amore, nel senso di ricerca, della verità). Quella filosofia che è stata ormai cacciata dalle scuole, dove si parla quasi sempre solo del presente. Gli stessi giovani non sono invitati alla riflessione, per approfondire nell’interiorità lo spirito critico, unica vera difesa contro le fake news. Vengono stimolati al contatto perenne, grazie alle antenne dei social consentiti anche nell’aula scolastica, con gli eventi contemporanei.

Tra post-truth e fake news c’è un satanico legame di interdipendenza. Sono entrambe figlie del relativismo contemporaneo. Una società che si definisce della «post-verità» ben difficilmente riuscirà e smentire le «false notizie» (che in fondo non sono più «false», ma solo «diverse»). La prima è la madre delle seconde. Forse per la verità vale quanto Gilbert Chesterton affermava di Dio: «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere in tutto»

Gianfranco Morra

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