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Duello tra Fmi e Ue per salvare il clima: la carbon tax si farà, ma è scontro sulle regole

Sì a un accordo internazionale su una carbon tax che arrivi gradualmente fino a 75 dollari per tonnellata di emissione di CO2. No invece a un meccanismo di aggiustamento fiscale alle frontiere come quello che vorrebbe l’Unione europea, perché «meno efficiente e più protezionistico». Questa la posizione della direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, nella conferenza sul cambiamento climatico che ha chiuso il G20 economico di Venezia. Nel documento che sabato riportava le conclusioni del vertice dei ministri delle Finanze e dei banchieri centrali c’è un paragrafo dedicato al cambiamento climatico, che però non scende nei dettagli. Per combattere l’inquinamento si suggerisce un «mix di politiche per dare forma a transizioni giuste e ordinate verso un mondo a basse emissioni di gas serra, più prospero, sostenibile ed equo» e tra i possibili strumenti si parla per la prima volta del carbon pricing per far pagare le emissioni di anidride carbonica. Ma questo si può fare in vari modi. Al momento, ci sono in campo almeno due ricette. Quella del Fmi e quella della Ue.

Il Fondo monetario ritiene che sarebbe sufficiente un accordo tra i Paesi del G20 su una carbon tax da applicare uniformemente per raggiungere gli obiettivi di Parigi di riduzione delle emissioni, visto che i primi 20 Paesi del globo rappresentano quasi tutto il Pil mondiale. L’Unione europea, invece, si appresta a presentare, mercoledì, una proposta per introdurre, dal 2023, un Carbon border adjustement mechanism (Cbam), in pratica una carbon tax sulle importazioni di emissioni che colpirebbe i Paesi più permissivi, che raggiungerebbe a regime, cioè nel 2030, un gettito complessivo di circa 10 miliardi di euro l’anno. Tra l’altro, Cbam sarebbe una delle tasse con la quali l’Ue intende finanziare il Next generation Eu. L’altra è la digital tax e anche su questa c’è un conflitto aperto, ma con gli Stati Uniti, che ritengono questa tassa discriminatoria nei confronti dei giganti americani del web, come ha confermato a Venezia la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, altra protagonista del G20. Sulla carbon tax sulle importazioni il conflitto è soprattutto con la Russia e i Paesi asiatici grandi esportatori di acciaio. Il Fmi pensa che meccanismi di tassazione alla frontiera, in pratica dei dazi, finirebbero per favorire contro dazi e protezionismo.

Entro il 2030

L’ipotesi è quella di arrivare gradualmente a 75 dollari a tonnellata di emissione di CO2

Anche su questo fronte, quindi, come su quello della global minimum tax sulle multinazionali non tutti gli ostacoli sono superati. E anche se il momento è «favorevole» alla lotta ai cambiamenti climatici «è fondamentale agire con rapidità» perché «siamo in ritardo», ha ammonito il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Il sistema bancario, intanto, sarà sottoposto a degli stress test proprio sul fronte dei rischi climatici, ha annunciato la terza protagonista di questo G20 al femminile, Christine Lagarde, presidente della Bce: «Solo il 20% delle banche ha un modo di valutare questi rischi. Inizieremo a condurre stress test climatici nel 2022 per valutare l’esposizione al rischio dell’Eurosistema».

Da oggi al 15 luglio, infine, sul clima ci sarà un confronto diretto Usa-Russia a Mosca: John Kerry, lo zar del clima nominato da Joe Biden, incontrerà il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov.

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