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Due ricette opposte per la crescita

Ponti e ferrovie, reti elettriche e idriche, strade e autostrade d’asfalto e elettroniche. L’emergenza infrastrutturale dell’America – aggravatasi negli anni e testimoniata da crolli, incidenti e rapporti sempre più allarmati di governo e tecnici – ha fatto il suo ingresso nella campagna elettorale. Ingresso incontrastato: è la sola priorità su cui due sfidanti agli antipodi, Hillary Clinton e Donald Trump, concordano. Una priorità da centinaia e forse migliaia di miliardi di dollari.
Differenze restano sotto la superficie. Le formule di finanziamento sono esattamente contrapposte: Clinton chiede aumenti delle imposte sui redditi più alti e soprattutto, nel caso specifico, risorse ottenute da una riforma delle tasse aziendali che penalizzi i profitti parcheggiati all’estero. Un’ipotesi avanzata da alcuni consiglieri democratici stornerebbe anche parte dei profitti, oggi circa 100 miliardi, che la Federal Reserve gira al Tesoro grazie alla gestione dell’enorme bilancio accumulato nel post-crisi. Trump ottiene invece tutto da risparmi su altri programmi federali, riduzione di sprechi, grandi tagli delle tasse e una deregulation che cancellerebbe il 70% delle norme (dall’ambiente alla finanza) in grado di generare nuove entrate mettendo il “turbo” alla crescita – 4% anzichè l’attuale 2%. Ha aggiunto che quel che manca lo raccoglierà con emissioni obbligazionarie. Un’idea di “debt financing” dei progetti infrastrutturali cara a economisti progressisti quali Lawrence Summers, che cita come simili investimenti secondo McKinsey possano rendere fino al 20% e più e ripagare ogni indebitamento.
La contrapposizione sulle tasse corre lungo gran parte dei due programmi economici. Trump propone tagli generalizzati – la massima aliquota individuale al 33% anzichè al 39,6% e aziendale al 15% anziché al 35% – che nelle stime del Tax Policy Center costerebbero 7.200 miliardi di entrate all’erario in 10 anni e 21.000 miliardi nei secondi 10, con i guadagni concentrati tra i redditi più alti e le aziende e con il rischio di un raddoppio del deficit. Clinton al contrario ha in cantiere incrementi delle imposte sui ceti abbienti, tra cui una sovrattassa del 4% oltre i 5 milioni di reddito e la chiusura di scappatoie fiscali per le imprese. Un pacchetto che sulla carta genererebbe 1.400 miliardi di nuove entrate solo nel primo decennio. I fondi verranno poi utilizzati in iniziative per istruzione e lavoro, formule che a suo avviso sono indispensabili a sostenere una maggiore distribuzione della crescita.
Ma le necessità di spendere, di immaginare un mini-New Deal, quando si tratta del rinnovamento del parco infrastrutturale sono chiare a entrambi. Occorre invertire un’avarizia che ha portato questi investimenti, abitualmente per tre quarti a carico dei singoli stati, a scivolare dal 3% del Pil negli anni 60 all’1,9% nel 2014. L’associazione nazionale degli ingegneri civili quest’anno ha bocciato lo stato di questi asset di interesse pubblico con voto insufficiente, di D+.
Clinton ha risposto all’emergenza presentando un piano per investire direttamente 250 miliardi in 5 anni. Altri 25 miliardi darebbero vita a una speciale banca per le infrastrutture che cerchi di incoraggiare la partecipazione di investitori privati. Ulteriori 225 miliardi prenderebbero la forma di prestiti o garanzie. Il portabandiera repubblicano ha offerto progetti meno dettagliati ma non ha lesinato le cifre: ha promesso che «raddoppierà» l’impegno preso dalla rivale.
Il consenso sul da farsi si estende al Congresso. «Entrambi i partiti sostengono una maggior spesa infrastrutturale – dice Mickey Levy, economista di Berenberg -. Cifre pari al 2% del Pil, 360 miliardi l’anno, sono prese in considerazione come Jragionevoli e alcuni leader politici ritengono accettabile un ammontare superiore. Simili scelte significherebbero oltre mille miliardi in dieci anni». Altri analisti ipotizzano una domanda ancora più elevata: Summers parla di 2.200 miliardi in un decennio, l’associazione degli ingegneri di 3.600 miliardi in 4 anni per un risanamento, con strade e scuole le voci oggi più trascurate.
Questo boom ha già cominciato a mobilitare le autorità locali: nella prima metà del 2016 hanno collocato bond e rastrellato fondi per 272 miliardi – dall’aeroporto La Guardia di New York a scuole a Chicago e strade in Texas – ed entro dicembre potrebbero aver raggiunto i 400 miliardi. I rari sforzi bipartisan hanno incoraggiato l’ottimismo nella comunità di business sulle chance che una vera strategia infrastrutturale possa essere alle porte indipendentemente dall’esito delle urne. Un disegno che aiuterebbe oltretutto a completare il lavoro di risanamento del mercato del lavoro e a rafforzare la debole espansione che perseguita anche gli Usa e che è ormai impervia alla politica monetaria della Fed: l’impatto di significati investimenti pubblici ha la caratteristica di farsi sentire per molti anni . Meno richiederà onerosi carichi fiscali, più sarà di stimolo il suo effetto netto.
Le dure battaglie tra i due partiti potrebbero tuttavia attenuare queste promesse, soprattutto se nessuno farà l’en plein di Casa Bianca e maggioranza al Congresso. Una spartizione del potere potrebbe comportare il ridimensionamento dei piani di investimento, consigliando prudenza. Una prudenza di difficile applicazione: i capitoli in agenda sono almeno otto. La rete elettrica, che ha bisogno di rafforzamenti, di uniformità nazionale e maggior sicurezza. Il controllo del traffico aereo, sotto pressione e con necessità di revisioni nel software e nelle tecnologie di comunicazione. Gli oleodotti e i gasdotti, che richiedono riparazioni e miglioramenti nella protezione. Il network dei trasporti, spesso inefficienti. La cyber-sicurezza e le infrastrutture tecnologiche, soprattutto la missione del dipartimento di Homeland Security che ha già in programma nuove risposte a attacchi informatici e superiore condivisione di informazioni cruciali. La sicurezza nazionale vera e propria, con iniziative mirate ad esempio alle attività spaziali. Il controllo delle epidemie, che comprende i drammi naturali come i rischi di bio-terrorismo. E l’energia pulita, le fonti rinnovabili che restano un traguardo per il futuro. La maggiore incognita diventerà quella di sempre nei grandi progetti pubblici: garantire trasparenza, qualità e efficienza. Qualora, appunto, decollassero.

Marco Valsania

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