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Due nuove società per salvare il San Raffaele

di Mario Gerevini e Simona Ravizza 

MILANO — Due nuove società per salvare il San Raffaele. Sotto il peso di un miliardo di debiti l’ospedale fondato da don Luigi Verzé si avvia a cambiare veste giuridica, con la creazione di una New company (Newco) per l’attività sanitaria e di una Bad company per gli affari alternativi in perdita. L’argomento è all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione di oggi della Fondazione Monte Tabor, la holding del gruppo ospedaliero. È un passaggio, se sarà confermato dal cda, non privo di importanti conseguenze: con la nascita di due società, nelle quali confluirà gran parte del business, dovrebbe venire smantellata la struttura decisionale su cui fa leva don Verzé per esercitare poteri da monarca assoluto. La parola d’ordine è vendere tutto quello che non è sanità, ricerca e università. Di qui l’esigenza di creare una Bad company in cui concentrare le attività da dismettere. Addio fazendas (e ospedale) in Brasile, niente più albergo davanti all’isola di Tavolara, nessun centro sanitario Quo Vadis tra le colline del Veneto, neanche i fabbricati di Cologno Monzese si salvano. La vendita di tutte le attività non sanitarie era stata annunciata già a fine marzo, con l’ufficializzazione della crisi finanziaria. Quattro mesi dopo, e con l’ingresso del Vaticano nel cda della Fondazione Monte Tabor, gli interrogativi sono sempre gli stessi: andrà sul mercato anche l’ospedale di Olbia (Sardegna), appena costruito ma non ancora in funzione? E le Ville Turro, a Milano, sede del polo di neuropsichiatria? I due poliambulatori, il Respighi e il Resnati, che fine faranno? È la questione che, c’è da scommetterci, tiene impegnato in questi giorni Enrico Bondi, il risanatore di Parmalat, chiamato dalla Santa sede come superconsulente. Le decisioni non sono scontate: l’ospedale in Sardegna è un’attività core, ma con costi che potrebbero rivelarsi insostenibili. E, a proposito di Sardegna, ieri l’ex governatore, Renato Soru, ha voluto sottolineare la correttezza dell’operazione Shardna (cioè la vendita del suo 84%al San Raffaele) sostenendo, tra l’altro, che il gruppo di don Verzé dalla sua amministrazione non ha mai avuto favori. Una cosa, comunque, è certa per la Fondazione Monte Tabor: la stampella che forse più delle altre tiene in piedi il bilancio 2010, l’ultimo firmato da don Verzé, è l’operazione di rivalutazione brasiliana, realizzata proprio in prospettiva della vendita dei terreni e dei fabbricati: gli appezzamenti terrieri di Salvador de Bahia erano iscritti a un valore contabile di mezzo milione di euro e sono stati portati a 25,7 milioni, l’Hospital Sao Rafael e i fabbricati civili sono stati rivalutati da 8 a 31 milioni. L’obiettivo è avvicinare il valore di bilancio al presunto valore di realizzo. In compenso, per prudenza, si è stabilito di ridurre del 30%le stime delle perizie dell’impresa Luis Lessa Ribeiro. Altra rivalutazione pesante, sostenuta anch’essa da perizie in prospettiva di una vendita, è quella della Blu Energy che prima era in bilancio a 8 milioni e ora a 22. È la società che fornisce energia al polo ospedaliero, ma pare la faccia pagare il doppio dei prezzi di mercato. Gran parte delle attività estere e fuori dal core business fanno capo, invece, alla Finraf, la principale controllata della Fondazione Monte Tabor, da cui dipendono tra l’altro la Airviaggi (proprietaria del Jet), la Vds (piantagioni brasiliane) e la Costa Dorata (hotel in Sardegna). Voci su cui sono state contabilizzate perdite per oltre 9 milioni. E adesso servono soldi: le dismissioni sono fondamentali. Del resto, persino i muri sono stati dati in pegno: per ottenere il mutuo con la Banca europea per gli investimenti (Bei) da 165 milioni, il San Raffaele ha dato in garanzia ipotecaria immobili per un valore di 244 milioni. È necessario, però, anche fare chiarezza. Sempre in una delle voci del bilancio 2010 si trova citata, infatti, per la prima volta la misteriosa Joseph Foundation del Liechtenstein come controparte della Fondazione. Ma che ci fa il prete-manager con una Foundation in Liechtenstein, dove di norma nasconde il patrimonio chi sfugge dalle tasse se non dalle polizie? In quella scatola societaria ben protetta ci sarebbe un’ignota ricchezza finora sfuggita ai conteggi della Monte Tabor. Intorno alla Joseph girano, infatti, le storie del presunto patrimonio estero di don Luigi Verzé. Di sicuro il fondatore del San Raffaele è tra gli amministratori insieme ad alcuni suoi fedelissimi, tra cui c’era anche Mario Cal, il manager suicidatosi. Lì dentro ci sarebbe una parte del patrimonio di Luigi Gedda, il famoso genetista, motore per decenni di Azione cattolica e morto nel 2000 a 98 anni. Una componente del tesoro sarebbe costituita da terreni a Gerusalemme di grande valore religioso e simbolico. Ora che la misteriosa cassaforte di Vaduz compare in bilancio come controparte della Fondazione Monte Tabor è probabile che Bondi voglia andare a fondo.

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