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«Due mesi per salvare l’Italia»

Il nostro Paese ha ancora molti punti di forza, a sentire lei. La ripresa è vicina?
Si allontana ogni giorno di più. Abbiamo un orizzonte temporale molto limitato, direi un paio di mesi al massimo, per introdurre quei cambiamenti di sistema che possono salvare il Paese. I politici attualmente al Governo devono dimostrare in questi due mesi di saper fare, dopo aver promesso e dopo essersi proposti come la generazione del tanto, troppo, atteso cambiamento. In caso contrario, devono andarsene. Sento parlare di fine del tunnel, ma la porta che divide la crisi dalla ripresa resterà aperta per poco: noi imprenditori, noi cittadini, dobbiamo mettere un piede nello stipite di quella porta e impedire che si chiuda. I politici da soli non sono in grado, è evidente.
Perché parla di pochi mesi?
Perché le aziende, soprattutto le piccole e le medie, sono allo stremo. Il 2013 è stato un altro anno pesantissimo e i bilanci, con relativo reale conteggio dei danni, si chiuderanno entro marzo: allora le aziende capiranno quanto ancora fragili siamo i loro conti e quanto limitata la capacità, ad esempio, di fare nuove assunzioni. Senza creazione di lavoro i consumi non si rilanciano e il Paese non riparte. Ma siamo davvero in un circolo vizioso, perché anche chi ha ancora voglia di fare e idee si scontra con il credit crunch.
Gli ultimi dati del Centro studi di Confindustria parlano chiaro: i prestiti alle imprese sono calati del 10,5% dal settembre 2011, cioè di 96 miliardi. Il problema tocca da vicino anche il suo settore (si veda Moda24 del 10 gennaio). Vuole fare l’ennesimo appello?
Sono stanco, ma lo farò. Ho criticato banchieri come Giovanni Bazoli, Giuseppe Guzzetti e altri ancora, e sono stato a mia volta criticato, duramente, per averlo fatto. Non si vuole capire che non è una questione personale. Le banche devono tornare a fare le banche, cioè ad ascoltare le esigenze di credito del territorio e in particolare delle imprese. Una volta questo ruolo le casse di risparmio, ad esempio, lo svolgevano egregiamente. Gli artigiani e i piccoli imprenditori chiedevano un appuntamento con il direttore della loro banca, portavano in dote la loro reputazione di persone serie e oneste, idee e visione. Mio padre ha gettato le basi per il gruppo Tod’s così.
Lei che cosa proporrebbe?
Propongo di ricavare un ufficio in ogni banca per i direttori andati in pensione o magari prepensionati per fare spazio a giovani preparati ma non esperti. Ridiamo loro un ufficio e la possibilità di incontrare chi chiede un prestito per ampliare la propria attività. Attenzione: non sto dicendo che i moderni sistemi di valutazione della solvibilità di un’impresa siano da buttare, ma che si è perso il contatto tra le persone e che si è affidato a computer e persone con mentalità più asettica un compito che ha bisogno anche di una forte sensibilità personale.
Nei grandi istituti nessuno vede queste storture?
In realtà, e questo è paradossale, in Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre alla qualità degli ad e dei direttori generali, nelle seconde file di management è pieno di persone di buona volontà e molto serie. Questo è un altro punto dolente, la nostra incapacità di far spazio alle nuove generazione. E in ogni caso ritengo ottima l’iniziativa di Unicredit, che nell’ultimo anno ha erogato cento milioni ad altrettante Pmi della moda, per sostenerle e dare un futuro alla filiera.
Veniamo al settore moda. Le torna l’ottimismo?
L’Italia è il Bengodi della qualità, dello stile, del bello e ben fatto. Ci sono i grandi marchi, certo, ma le aziende, compresa la mia, sono diventate famose a livello globale con i loro marchi perché traggono forza dall’industria, dall’artigianato. Dobbiamo rafforzare le scuole professionali, ridare dignità, valore, fascino e peso sociale al lavoro in fabbrica. Pensi al mondo dei cuochi: dieci anni fa nessun giovane voleva iniziare quella carriera, oggi, complice forse persino una trasmissione come Masterchef, sembra il mestiere più glamour del mondo. Deve essere così anche per i mestieri d’arte artigianali.
Suo padre iniziò come artigiano, lei passa la maggior parte del suo tempo a girare per le fabbriche da solo o con compratori stranieri. Come descrive il lavoro degli artigiani?
Sono donne e uomini del Rinascimento, sanno inventare e reinventare ogni giorno il proprio lavoro, trasformano materie prime in oggetti bellissimi. Certo, sarebbe utile pagarli di più. Le aziende che se lo possono permettere già lo fanno e magari danno premi di produzione, ma il nodo è il cuneo fiscale: sarebbe utile ridurlo. Torniamo al sistema Paese: politica e burocrazia sono le vere zavorre. Lo ridico, abbiamo pochi mesi prima di toccare il fondo e non riuscire più a risalire.
Oltre al tessile-moda su cosa deve puntare il Paese?
Su un grande progetto turismo. Ci sono decine di milioni di turisti, cinesi compresi, che sognano di venire qui. Per mangiare, vivere come noi, stare al sole o sciare come noi, e soprattutto vedere il patrimonio artistico-culturale. Noi come rispondiamo? Abbiamo un sistema di promozione turistica federalista e ogni regione o provincia o comune, o meglio ogni assessore, pensa solo al suo piccolo interesse e alla sua poltrona. Le scuole alberghiere non insegnano il cinese, gli alberghi non hanno personale che parla cinese. Pensi agli aeroporti, brutti e impresentabili, soprattutto in confronto ai grandi scali mondiali. Come mai nessuno, anche in vista di Expo 2015, ha pensato per tempo che bisognava rifarli, partendo da Milano e Roma e avere così un biglietto da visita eccellente per il nostro Paese? Dubai ha vinto l’Expo 2020 e ha già quasi raddoppiato il suo già stupendo aeroporto! Questo vale per tutte le nostre infrastrutture: come dicevo prima, ci vuole un grande progetto Paese, che passa per il turismo e va pensato in grande, con una grande visione.
Vuole scendere politica?
Mai voluto. E spero che le persone giovani alla ribalta in quest’ultimo periodo siano in grado di cambiare in tempi brevissimi l’approccio su come individuare risolvere i problemi seri del Paese. Per questo sono un forte sostenitore della discontinuità, della classe politica e di quella dirigente. C’è bisogno di gente nuova che voglia bene al Paese e che non si preoccupi solo di difendere la poltrona e i privilegi che ne derivano. Questo mondo è finito, bisogna solo voltare pagina.

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