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Due cordate in corsa per Ilva ma Emiliano spiazza tutti “La chiusura non è un tabù”

BARI.
La produzione che riparte. Due cordate, forse tre, interessate all’acquisto. E il presidente della Regione, Michele Emiliano, che nell’annunciare la possibilità di impugnare il decreto alla Corte Costituzionale, rompe il tabù fabbrica: «Per i tarantini forse non ne vale la pena».
È stato un giorno importante per il futuro dell’Ilva. Innanzitutto perché per la prima volta dopo più di un anno i numeri tornano a essere positivi: cresce la produzione, si dimezzano le perdite. Poi perché sono state ufficializzate la presentazione delle due cordate, che potrebbero diventare anche tre, interessate all’acquisto. La prima è quella di AcciaItalia, la newco composta da Cassa depositi e prestiti, Del Fin del gruppo Del Vecchio e Arvedi. La seconda è invece Am Investico Italy, di cui fanno parte Arcelor Mittal e Marcegaglia. Ha presentato l’offerta anche Ionian Shipping, la società di logistica che fa capo a Bollorè che lavora già nel porto di Taranto ma per il momento non è stata ammessa perché mancava parte della documentazione. Un problema che potrebbe essere però sanato nelle prossime settimane. Così com’è possibile che rientrino nella partita anche i turchi di Edermir, nell’ambito di AccaItalia.
La norma prevede che nei prossimi sessanta giorni una commissione speciale con tecnici del ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente dovrà dare la propria valutazione sulla parte ambientale delle due offerte e poi entro quattro mesi si attende la decisione finale. Scelta che avverrà non soltanto tenendo conto delle condizioni economiche ma si tratterà di una scelta politica visto che l’ultima parola spetterà comunque al Governo.
Seppur «tutti partono dallo stesso punto», come precisano fonti dello Sviluppo Economico, la cordata favorita sembra quella di AcciaItalia non fosse altro che ha al suo interno Cdp, circostanza questa che tranquillizza molto i sindacati che, a più riprese, in questi mesi hanno chiesto la presenza dello Stato a garanzia dell’occupazione. AcciaItalia è composta al 44,50 per cento da Cdp Equity, al 22,2 da Acciaieria Arvedi e al 33 da DelFin. La gestione operativa dovrebbe andare ad Arvedi mentre la parte finanziaria è coperta dalle altre due società grazie anche all’emissione di un bond da parte delle banche creditrici dell’Ilva, a partire da Intesa San Paolo. In un secondo momento rientrerebbero nell’affare anche i turchi di Erdemir, acquistando il 30 per cento di Ilva.
Uno schema complesso che però l’altra cordata – composta da ArceloMittal e dal gruppo Marcegaglia, con partecipazioni dell’85 e del 15 per cento – è comunque convinta di poter rompere.
«Abbiamo le caratteristiche necessarie a raccogliere e vincere la sfida del rilancio» ha detto Antonio Marcegaglia.
Al momento sembra impossibile che le due cordate possano trovare un accordo. Anche se qualcuno, nei corridoi del ministero, ci sta lavorando. Non in Puglia, dove il presidente della Regione, Michele Emiliano, al Senato, ieri ha per la prima volta rotto ufficialmente il tabù su un’eventuale chiusura della fabbrica: «Se la decisione fosse rimessa alla Regione – ha detto probabilmente per i tarantini non ne vale la pena: non può valere la pena morire o veder morire i propri figli perché l’impresa è strategica, alle persone interessa vivere, non produrre».
Infine anche una stoccata al Governo: sta valutando di impugnare un decreto «pieno di errori », ha detto Emiliano, alla Corte Costituzionale.
Giuliano Foschini
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